Il Tirreno

Pisa

Condannato titolare di bar per ricatto hard a fornitore

Sentenza di due anni e 8 mesi con l’accusa di estorsione a sfondo sessuale Aveva girato video a luci rosse, poi la richiesta di soldi per non metterlo sul web

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PISA. Il bisogno di soldi per far fronte ai debiti dell’attività commerciale. Il tranello in cui fa cadere la vittima a cui spillare una bella somma di denaro. L’architettura di un ricatto basata su un video hard girato all’insaputa del bersaglio utilizzabile come un bancomat.

La condanna. Tasselli di un progetto fallito il 13 giugno 2015 con l’arresto in flagranza che, per il titolare di un bar del centro, si è tradotto in una condanna a 2 anni 8 mesi, senza condizionale, per il reato di estorsione.

L’esercente (omettiamo il nome per non rendere riconoscibile la sua vittima) era accusato di aver ricattato un suo fornitore dopo averlo ripreso in momenti di intimità. Difeso dall’avvocato Roberto Cavani, l’imputato, 26 anni, di Pisa, incensurato, ha scelto di farsi giudicare con il rito abbreviato (sconto di un terzo in caso di condanna) e davanti al Gup, Giulio Cesare Cipolletta è arrivata la sentenza di condanna. Il giudice ha disposto anche una provvisionale di 5.000 euro a favore della parte civile, rappresentata dall’avvocato Luca Pappalardo rimandando a una causa civile la quantificazione complessiva del danno. Il pm Giovanni Porpora aveva chiesto 2 anni e 6 mesi.

Il movente. Il movente economico è alla base di una vicenda risolta in breve tempo dai carabinieri e chiusa a livello processuale in meno di un anno. Per sistemare i conti di un bar gravato di debiti, il 26enne, stando a quanto ricostruito nel corso delle indagini, aveva coinvolto un fornitore in una situazione hard. Ai militari la vittima della trappola a luci rosse aveva riferito di essere stata indotta in una condizione di vulnerabilità, quasi stordito, per poi essere ripreso in una situazione hard. Il barista aveva posizionato il suo cellulare in uno spazio occultato in modo da riprendere senza far notare il telefonino. Quindi aveva invitato il fornitore all’incontro intimo per consumare un rapporto orale filmato per intero.

Dal sesso all’incubo. Solo che quell’incontro aveva un prezzo: 10.000 euro. Soldi che il condannato inizia a chiedere dopo la prestazione ripresa in video con la minaccia di divulgare sul web quello che era successo tra i due. Per rendere più esplicite e autentiche le sue richieste aveva anche inviato al suo bersaglio il file video con le immagini inequivocabili.

La vittima del ricatto, sposato e con figli, preso dalla disperazione decide di interrompere le richieste arrivate via sms o in chat e si presenta ai carabinieri raccontando tutta la storia. Il guaio per lui è che la moglie, guardando sul cellulare scopre i messaggi del titolare del bar e capisce in che pasticcio è finito il marito. Dal momento di debolezza alla faccia cattiva del titolare che pretende 10.000 euro per non divulgare le sequenza porno scaricandone il contenuto su Internet.

Soldi nelle scarpe. Semplice lo stratagemma per incastrare l’estorsore nel giro di un paio di settimane. Il fornitore finge di cedere al ricatto e si presenta all’appuntamento con i soldi. Tutte banconote segnate dai carabinieri che aspettano fuori dal bar il passaggio del denaro. Succede una domenica mattina, il 13 giugno 2015. Quando il 26enne si presenta in strada dopo essere uscito dal suo bar e sale in auto, i militari in borghese lo bloccano. Rapida perquisizione: aveva i soldi segnati nascosti in una scarpa. Estorsione consumata che vale l’arresto e la relativa condanna.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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