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Pisa

«Logli, proscioglimento da annullare»

«Logli, proscioglimento da annullare»

La richiesta del procuratore generale in Cassazione. Stamani il verdetto: altro giudizio o caso chiuso senza fatti nuovi

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PISA. Accogliere i ricorsi di Procure e parti civili, annullare il proscioglimento e disporre il rinvio per l’esame davanti a un altro giudice. Per il procuratore generale della Cassazione, Oscar Cedrangolo va cancellata la sentenza di non luogo a procedere per Antonio Logli dall’accusa di aver ucciso e distrutto il corpo della moglie, Roberta Ragusa.

Nuovo giudizio. Poco dopo mezzogiorno il rappresentante dell’accusa alla Suprema Corte di Roma (già procuratore generale del caso Garlasco a dicembre) con un intervento telegrafico ha chiesto di far tornare Logli davanti a un giudice per valutare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura.

Stamani la decisione. La corte si è riservata la decisione e ha rimandato a stamani, per le 9,30, la comunicazione del verdetto che ha due epiloghi opposti: Logli viene rimandato di fronte al Gup per un’udienza che può significare un processo in Corte d’Assise oppure si stabilizza il proscioglimento fissato dalla sentenza del giudice Giuseppe Laghezza il 6 marzo 2015. E, a quel punto, per riaprire le indagini servirebbero elementi e fatti nuovi di particolare rilievo. È stata un’udienza breve quella a cui hanno preso parte anche gli avvocati di parte civile Enrico Maria Gallinaro per alcuni parenti, Nicodemo Gentile per l’associazione Penelope. Assente, ma con memoria inviata nei mesi scorsi come i colleghi, il legale Gaetano Turcio in rappresentanza di alcune cugine di Roberta.

«Speriamo nella giustizia». Presenti davanti al “Palazzaccio” le due cugine romane di Roberta, Marika Napolitano e Maria Ragusa: «Speriamo si possa avere giustizia, liquidare la scomparsa di una persona per 4 anni con un fatto che non sussiste sembra un po’ irrispettoso».

La difesa di Logli. Nella sua esposizione l’avvocato Cavani, legale di Logli, ha sottolineato la legittimità del perimetro entro cui si è mosso il gup Laghezza «che non è entrato nel merito della vicenda ma ha valutato gli indizi probatori in senso unitario valutando gli stessi ai fini della sostenibilità dell'accusa e della loro possibilità di essere integrati in un successivo giudizio». In pratica nelle motivazioni a sostegno della sentenza di proscioglimento il giudice non aveva ravvisato la necessità di un processo perché, a suo dire, mancavano anche quegli indizi che il dibattimento avrebbe potuto arricchire con ulteriori novità. Per il giudice «il quadro probatorio relativo ai fatti per cui si procede appare caratterizzato da un lato dall'esito insoddisfacente, sotto il profilo del raggiungimento della compiuta dimostrazione della morte violenta di Roberta Ragusa, sia delle attività di indagine che dalle testimonianze assunte (anche in sede di incidente probatorio); dall'altro dal non essere gli elementi raccolti suscettibili di arricchimento nella fase dibattimentale».

L’accusa. Opposta la tesi della Procura secondo la quale le considerazioni del Gup non reggono per eccesso di motivazioni nell’essere andato oltre la disamina richiesta in sede di udienza preliminare; non aver valutato in maniera approfondita una serie di elementi sostenuti dall'accusa anche a livello testimoniale; non aver chiarito su quali riscontri si possa sostenere che, pur in assenza del corpo, la donna possa considerarsi viva; aver ritenuto il processo incapace di poter aggiungere ulteriori elementi probatori. Stamani la decisione per assegnare al caso Ragusa un seguito processuale o per collocarlo nell’alveo dei casi irrisolti senza una verità giudiziaria.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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