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Università, decolla la protesta (e Firenze ci supera)

di Mario Neri
Università, decolla la protesta (e Firenze ci supera)

Valutazione: troppe adesioni al boicottaggio, ora fondi a rischio. In ateneo ha aderito al monitoraggio del Miur solo il 77% dei docenti, la media italiana è del 92%. Secondo le stime sono 20 i milioni di euro in bilico

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PISA. La protesta dei prof ribelli è volata, ma ora l’Università di Pisa rischia di precipitare. Anzi, è quasi certo: se il governo Renzi non varerà provvedimenti cuscinetto e non applicherà clausole di salvaguardia, subirà un tonfo clamoroso nella classifica della Valutazione della qualità della ricerca (Vqr) con cui il ministero dell’Istruzione a fine anno assegnerà una fetta importante delle risorse statali agli atenei italiani.

Sono scaduti lunedì notte i termini per l’adesione al processo di monitoraggio dell’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione delle università e della ricerca. Ogni docente avrebbe dovuto caricare entro mezzanotte sul portale digitale una selezione delle proprie migliori pubblicazioni realizzate in carriera. Da mesi la Vqr è però diventata una moneta di scambio per migliaia di prof, una leva per una mobilitazione con cui ricercatori e docenti chiedono al governo il riconoscimento degli scatti di anzianità, bloccati dal 2010. Una questione di dignità - dicono - poiché quella degli universitari resta l’unica categoria di statali a cui si applichi ancora il blocco. Coordinata da un prof torinese, Carlo Ferraro, la contestazione ha subìto un andamento altalenante, condizionato dalle misure e dai provvedimenti più o meno restrittivi adottati dai rettori ma anche dal grado di intransigenza manifestato dai prof. Pisa è sempre stata in prima linea. Ed è anche stata una delle sedi ad aver tenuto l’asticella dello scontro fra vertici di ateneo e la “base” accademica sempre molto alta.

Temendo ripercussioni economiche, con una mozione del Cda, il rettore Massimo Augello giorni fa ha bloccato investimenti e assunzioni fissati dal bilancio preventivo. E poi ha invitato i direttori dei dipartimenti a caricare di ufficio i lavori nel sistema informatico. Molti prof hanno reagito con le diffide. Un conflitto che ad esempio non è esploso a Firenze. Ma è vero anche che in altri atenei non c’è stata discussione, e i vertici hanno proceduto a un prelievo forzoso delle pubblicazioni. In ogni caso, ieri lo hanno confermato anche i dati ufficiali diffusi dall’Anvur.

Pisa risulta uno degli atenei in cui la percentuale di partecipazione al processo è stata più bassa (77,1%) dopo Roma Uninettuno (43%), Link Campus (63%) Salento (70,7%) e Napoli Parthenope (73,7), dunque detiene il primato per tasso di adesione al boicottaggio fra le grandi. Secondo Palazzo alla Giornata sono i dipartimenti di Chimica, Lettere, Ingegneria civile, Ingegneria informatica, biologia e Veterinaria ad aver trainato il boicottaggio con percentuali bulgare (astensione variabile dal 65 al 35%). Un brutto segno. Perché adesso rischia di perdere moltissimi posti nella classifiche che misurano il livello della ricerca italiana. E soprattutto perché le principali sfidanti (Padova, Milano, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Pavia, Torino e in particolare Firenze) hanno aderito in massa con percentuali oscillanti fra il 90 e il 98% (la media generale è stata del 92%). E che la Vqr sia sentita lo testimoniano pure Normale e Sant’Anna, che hanno partecipato con il 97,1 e il 100% dei docenti.

Nell’ultima edizione della Vqr, relativa al quadriennio 2004-2010, il nostro ateneo si era piazzato al dodicesimo posto, dietro alla Statale di Milano e al Politecnico milanese e davanti a Siena (sedicesima) e soprattutto a Firenze. La “rivale” fiorentina, paragonabile per numero di iscritti e dimensioni all’università di Pisa, arrancava in ventitreesima posizione. Per l’edizione che valuta il 2011-2014 le proporzioni potrebbero ribaltarsi. Nel capoluogo toscano ha aderito alla Vqr il 97,2% dei docenti, dodici anni fa lo fece il 96%, proprio lo stesso tasso di partecipazione che fece registrare la città della Torre. Insomma, partivano alla pari. A questo giro sarà tutto molto più complicato. Per un paio di ragioni in particolare.

Primo: dopo le varie riforme, è cresciuta enormemente la quota premiale, cioè la fetta di risorse che il Miur distribuirà proprio sulla base della “bravura” dei ricercatori, passata da circa il 7% al 20% del totale dei trasferimenti annuali ad ogni singolo ateneo.

Pisa quest’anno ha ricevuto un po’ più di 200 milioni, se fosse stato già attivo il nuovo metodo, 40 sarebbero arrivati proprio dalla Vqr. Per le stime più pessimistiche circolate in ateneo, in ballo ci sarebbero almeno 20 milioni. Secondo: la “bravura” è calcolata meccanicamente, attraverso algoritmi e formule e per cui il numero di pubblicazioni ha un ruolo fondamentale, ma nell’ultima edizione - per non creare un terremoto, e in modo un po’ gattopardesco - il Miur decise di applicare una clausola di salvaguardia su perdite e guadagni. In sostanza, anche chi fosse cresciuto nella valutazione non avrebbe guadagnato più del 2% di ciò che aveva avuto nella precedente edizione, e la stessa soglia si applicò anche per chi era invece sceso.

Un cuscinetto che garantì perdite contenute, ed evitò capitomboli imbarazzanti soprattutto per i contraccolpi di immagine che una retrocessione avrebbe potuto generare sull’attrattività di un ateneo. Ecco, per ora nessuno ha ancora parlato di clausole di salvaguardia. Moltissimi prof “ribelli” la danno per certa. E nel movimento si è diffusa la convinzione che si aprirà una nuova finestra per consentire ai ritardatari di terminare il caricamento delle pubblicazioni. Intanto l’Anvur ieri si è complimentata con la comunità accademica italiana perché il livello dell’adesione «permetterà all'Agenzia di procedere con l’esercizio di valutazione e di generare nei tempi dovuti l’ istantanea dello stato della ricerca italiana». Segno che al ministero non hanno alcuna intenzione di perdere altro tempo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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