Proteste
Zakir, Corte d’Assise per l’aggressore
A giudizio per omicidio preterintenzionale il camionista che sferrò un pugno al lavapiatti. L’amico ottiene la messa in prova
PISA. Lo aspetta la Corte d’Assise per un processo in cui sarà giudicato in contumacia. Da latitante in fuga dall’Italia da quasi due anni. Dal giorno in cui morì quel lavapiatti bengalese colpito da un pugno sferrato senza motivo da Hamza Hamrouni, 28 anni, autotrasportatore tunisino, residente all’epoca dei fatti a San Lorenzo a Pagnatico nel comune di Cascina.
Rinvio a giudizio. Il gup Elsa Iadaresta ha accolto la richiesta del pm, Giovanni Porpora rinviando a giudizio per omicidio preterintenzionale il camionista che dall’aprile 2014 si trova nel suo Paese d’origine inseguito da un mandato di cattura finora mai andato a buon fine. Il giudice ha fissato un’udienza intermedia per affidare l’incarico delle trascrizioni telefoniche nei confronti dell’imputato assistito dall’avvocato Andrea Montagnani. In quella sede indicherà anche la prima data del processo in Corte d’Assise.
Messa alla prova. Ha, invece, ottenuto la messa alla prova Simone Tabbita, 24 anni, residente nella stessa frazione di Hamrouni, magazziniere in una ditta a Pontedera, accusato di favoreggiamento personale. Si tratta di una sospensione del processo. Una sorta di apertura di credito prevista dalla legge per particolari reati. Tabbita, difeso dall’avvocato Gabriele Marcello, dovrà trascorrere diversi giorni alla settimana, dalle 8 alle 14, in un’associazione di volontariato e al termine del periodo stabilito dal giudice l’Uepe (ufficio esecuzione penale esterna) valuterà il percorso di ravvedimento del giovane. Se l’esito sarà riconosciuto positivo, il reato verrà dichiarato estinto.
Tribunale per i minori. Il procedimento nei confronti del fratellastro di Hamza, all’epoca dell’episodio minorenne e accusato di favoreggiamento, farà il suo corso davanti al Tribunale per i minori di Firenze.
Il vitalizio. Entro l’anno si aprirà il processo per l’omicidio di Zakir Hossain che una violenza senza ragione ha ucciso nell’aprile 2014. Ai suoi familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Giovanni Frullano, lo Stato ha già pensato concedendo alla vedova un vitalizio di 2.500 euro al mese.
Pugno mortale. Zakir, lavapiatti bengalese di 34 anni, venne colpito da Hamza mentre era fermo in Corso Italia, sotto l’arco di via San Bernardo. Aveva finito di lavorare nel ristorante Tanduri e stava aspettando un amico per tornare a casa. Erano circa le 1,30 tra la domenica 13 e il lunedì 14 aprile 2014. Le immagini della videosorveglianza raccontano di un’aggressione gratuita. Si vede un gruppetto che cammina in Corso Italia diretto verso il ponte di Mezzo. Zakir è fermo per i fatti suoi. Gli si avvicina Hamrouni che, dopo avergli parlato sul viso con fare da bullo, sferra un pugno al volto del bengalese che si accascia come un sacco vuoto picchiando anche la testa nello spigolo del muro tra via San Bernardo e Corso Italia. Il crollo del bersaglio scelto a caso mette in fuga il gruppo (Hamza, Tabbita, il minore più un altro amico estraneo all’episodio). Il lavapiatti morì martedì 15 aprile. Lo stesso giorno il suo aggressore volò in Tunisia da dove non si è più mosso diventando un latitante ricercato per omicidio preterintenzionale.
Fuga e favoreggiamenti. Per l'accusa Tabbita e il fratellastro, avuto dalla mamma di Hamza con un ex sindaco di un comune del Pisano, avrebbero aiutato il tunisino a liberarsi dal placcaggio di un connazionale di Zakir intervenuto dopo aver assistito all'aggressione. Moglie e figli non vedevano Zakir dal 2009. Cinque anni di attesa. Solo telefonate e invio di soldi per sostenere la numerosa famiglia. Poi il ritorno a casa. In una bara.
Pietro Barghigiani
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