Il Tirreno

Pisa

Trauma da rapine Le Poste risarciscono

Ex direttore vince la sua battaglia fino in Cassazione

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SAN GIULIANO TERME. Non aver garantito la protezione dei propri dipendenti in episodi di microcriminalità si può tradurre in un risarcimento del danno nel caso in cui il personale ne risenta a livello di salute.

È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione confermando la sentenza di appello di Firenze che, a sua volta, aveva accolto il verdetto del Tribunale di Pisa riguardo alla richiesta di risarcimento danni presentata dal direttore di un ufficio postale vittima di due rapine.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso di Poste Italiane Spa con cui si chiedeva di annullare la sentenza con la quale all’allora responsabile dell’ufficio postale di Ghezzano era stato riconosciuto un risarcimento del danno per «lesione del diritto alla salute» pari a 17.500 euro. Il protagonista della storia è un ragioniere di 74 anni che nel luglio 1995 e nell’aprile 1998 si trovò in balìa di rapinatori che, armati di pistola, avevano assaltato l’ufficio postale sulla via Calcesana. Due episodi traumatici (il primo con 30 milioni di lire di bottino, il secondo solo una tentata rapina) che furono la base per un’azione legale contro il suo datore di lavoro, Poste Italiane. Davanti al Tribunale, il direttore sostenne che «per quegli assalti era derivata una malattia psichica e denunciava la responsabilità datoriale per violazione dell'articolo 2087 del codice civile, per avere omesso di dotare l'ufficio postale di Ghezzano di appropriate difese in grado di proteggere i dipendenti durante lo svolgimento del servizio».

La consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice fissò in 17.500 il risarcimento del danno da rifondere al dipendente postale. Un verdetto confermato anche in appello nel 2010 e che ora la Cassazione ha confermato in modo definitivo affermando il principio secondo il quale Poste Italiane erano responsabili della vulnerabilità dei locali in cui gli impiegati erano esposti al rischio possibili rapine. E in quell’ufficio ce ne sono state numerose anche in tempi recenti.

Per la Cassazione Poste Spa non aveva provveduto a dotare l'ufficio postale di Ghezzano «di qualsivoglia dispositivo di sicurezza funzionale alla protezione del personale addetto durante l'orario di servizio», neanche dopo la prima rapina a mano armata del luglio 1995, «tali non essendo, di certo, le inferriate alle finestre ed il maggiore spessore dei muri esterni, volti ad evitare intrusioni durante la chiusura al pubblico dell'ufficio».

La Suprema Corte ribadisce il concetto circa il «dovere del datore di lavoro di apprestare tutte le misure di sicurezza previste dalla normativa di riferimento o comunque esigibili secondo la tecnologia del momento, il che non significa che tali mezzi debbano essere certamente in grado di impedire il verificarsi di episodi criminosi a danno del dipendente. Ma che gli stessi siano idonei, secondo criteri di comune esperienza, a svolgere una funzione almeno dissuasiva e, quindi, preventiva e protettiva».

È l’articolo 2087 del codice civile, sulla responsabilità datoriale, il fondamento giuridico delle cause vinte fino in Cassazione. Se è vero che non è possibile far scattare in automatico, con un obbligo assoluto, la responsabilità del datore di lavoro ogni qual volta si verifichi un danno, «nondimeno - si legge nella sentenza - nel caso di specie i giudici di merito hanno in concreto individuato svariati accorgimenti suggeriti dalla tecnica al giorno d'oggi disponibile al fine di prevenire il rischio di rapine, evidenziando che nessuno di essi era stato adottato presso l'ufficio postale di Ghezzano».

Tradotto: se il dipendente riporta un danno perché l’ambiente in cui lavora non è adeguatamente protetto sul fronte del rischio criminale, il datore di lavoro è tenuto a risarcirlo.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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