Il Tirreno

Pisa

il racconto

In missione alla scuola per spie

di MARIO NERI
In missione alla scuola per spie

Siamo stati alla prima lezione del corso di intelligence inaugurato alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Un viaggio fra scoperte curiose e compagne di banco "sospette"

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«In missione ricorda di portarti dietro un cambio e non sarai più una spia». Sono passati almeno venti minuti da quando sono entrato e finalmente un'informazione precisa. Netta, chiara. Finora il mestiere da infiltrato, 007, depistatore e agente segreto mi galleggiava davanti in una nebulosa di nozioni contraddittorie, casi e leggi contrastanti, porte comunicanti che non comunicano, vicoli ciechi. Fortuna che è intervenuto il professor Andrea de Guttry; è uno dei docenti più famosi della scuola superiore.

Avevo sentito risuonare la sua voce fuori dall'aula, prima di sfilargli davanti per sedermi in una delle prime file. «Dovevano farla in aula 7, ma c'era troppa gente - hanno detto all'ingresso - così si sono trasferiti in aula magna». Ecco, lo sapevo, camminavo col fiatone, allora è vero, al Sant'Anna sta crescendo un nuovo esercito di spie. Non ho bussato, ho percorso il corridoio centrale con passo felpato. Peraltro con aria un po' circospetta e furtiva. Mi ha tradito il quarto d'ora accademico.

Psss, ho sibilato alla compagna di banco, tu perché sei qui? «Ah, io per curiosità». Ah.., e tu invece?, faccio a una che poi dirà di chiamarsi Carolina: «Ma niente di che, volevo conoscere meglio come funzionano i dipartimenti di sicurezza». Ho pensato mi fossi perso qualche lezione precedente: sono già tutti mentitori esperti. Ho estratto il programma dalla tasca del giubbotto, scoprendo che invece ufficialmente (sottolineo “ufficialmente”) questo era il primo di una serie di 10 appuntamenti sull’intelligence in calendario fino al 19 marzo. Sospetto già delle mie due compagne di banco, peraltro entrambe molto attraenti, dunque fortemente indiziate di essere spie. Sospetto anche di essere sospettato.

Ma riprendiamo dalla prima nozione. «In missione portati un cambio e non sarai più una spia». Ci siamo arrivati al termine di un excursus che la dottoressa Francesca Capone (sulla carta giovane e piacente ricercatrice della scuola, ma io temo sia anch'essa una spia) sta compiendo sulla definizione di spionaggio. In pratica per molti Stati una spia che si fa beccare mentre sottrae informazioni riservate travestita da persona normale (le spie - è una costante - sono spesso folli suicidi), se la passerà parecchio male: prigione, tortura, avvelenamento. La scia - da Litvinenko ad Abu Omar - è lunga. Se invece riesce a indossare la divisa da militare - perché gli agenti quasi sempre sono soldati - allora potrà essere trattata con qualche riguardo. In ogni caso lo spionaggio è dappertutto e da nessuna parte. Nel senso che «non esiste nessuna norma nel diritto internazionale che lo vieti o lo accetti», ma dagli Stati è considerato una sorta di arma legittima per difendere la propria sovranità territoriale.

La dottoressa Capone ora ci elenca una serie lunghissima di casi: Snowden, Assange, poi alcune vecchie spie della Guerra Fredda, Kgb, Cia, i Rosenberg, il caso Aurora. Ha appena rivelato che la spia «è il secondo mestiere più vecchio del mondo». Il primo non lo dice ma lo sappiamo tutti. Gli unici che si salvano sono le “converted spies”, i traditori, chi cambia casacca. Oppure i diplomatici. Se un ambasciatore viene scoperto a ficcare il naso negli affari del Paese ospite viene «invitato cortesemente a tornarsene a casa sua in 48 ore». Ah, ovvio: per le spie senza cambio non c'è nessuna pietà. Se ti pescano con le mani nella marmellata sappi che il tuo Stato non ti conosce. Tu per lui non sei nessuno. “Neri chi?”.

«Ma allora, si può spiare o no?», si alza la voce di de Guttry. E qui i pensieri e i discorsi decollano, si incurvano, si biforcano, i significati si moltiplicano come una funzione multitasking alla milionesima potenza. Ma i ragazzi li sento intervenire, incendiarsi. Alcuni sono sottili, insinuanti, gattopardeschi, doppiogiochisti. Alla fine de Guttry bonifica questa palude di ammiccamenti della ragione. «Ragazzi, la risposta è: “You spy, I spy, we all spy”». Insomma, io spio, tu anche, tutti spiano. «Ok, la prossima lezione è il 25, tratteremo la figura dell'infiltrato». Poi tutti si alzano e vanno incontro al prof, per chiedere delucidazioni e riferimenti bibliografici. Mi accingo anch'io.

«Scusi ma lei chi è?».

«Mi perdoni prof, ero in incognito, ma ora confesso: sono un giornalista. Però ho dimenticato il cambio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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