Il Tirreno

Pisa

Botte all'asilo: «Sconsiderato diffondere quei filmati»

Mario Neri
Botte all'asilo: «Sconsiderato diffondere quei filmati»

Lettera del presidente dell’Ordine degli avvocati alle autorità giudiziarie: accuse a Procura e carabinieri per i video

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PISA. Giornali, siti on line, televisioni. Forze dell’ordine e magistrati. Chi ha diffuso, subito dopo l’arresto di Sonia Ori, immagini e filmati dell’asilo finito nella bufera di un’inchiesta per maltrattamenti si è reso responsabile di un’azione «sconsiderata», perché quelle immagini e quei filmati non solo avrebbero ritratto le educatrici indagate, ma anche «l’edificio scolastico, i luoghi di privata dimora, i genitori e, soprattutto, i bambini vittime dei singoli atti di violenza nonché i loro compagni».

Alberto Marchesi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Pisa, non li cita mai, ma nella lettera inviata giovedì 11 febbraio ai vertici delle autorità giudiziarie in città (presidente del tribunale, procuratore capo, il coordinatore dell’ufficio Gip...) è chiaro a chi sia diretta la sua reprimenda. Sono procura e carabinieri ad aver agito - scrive - con «troppa leggerezza» mettendo a disposizione della stampa i video dei maltrattamenti e dunque ad aver permesso ai giornalisti di «inseguire la notizia», e poi costruire la «consueta gogna mediatica» trasformando l’inchiesta in uno «spettacolo» che per «l’ennesima volta» ha «declassato il processo penale» rendendolo un «inutile e burocratico orpello».

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Non solo. A nulla sarebbe servito pixellare i 42 secondi di video diffusi dai militari. Quel «parziale oscuramento», scrive Marchesi, è stato «del tutto inadeguato». Quei pochi frame, sebbene una sintesi dei 22 giorni di registrazioni raccolte con telecamere nascoste e microspie dal 30 novembre al 14 gennaio, hanno «consentito ai cronisti» di offrire dettagli e dare una «localizzazione geografica dell’asilo» favorendo così «l’identificazione delle persone offese e dei loro familiari». La «sovraesposizione mediatica» avrà «un impatto devastante sulle vite delle persone coinvolte». Anche pubblicare la foto della Ori è stato un errore, perché si nega alla difesa il diritto alla presunzione di innocenza.

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Il presidente degli avvocati sembra non sapere che a rivelare il nome e la posizione del nido è stata, poche ore dopo, l’assessore Marilù Chiofalo e solo per evitare che si scatenasse la psicosi da riconoscimento fra i genitori dei bambini che frequentano le strutture dell’infanzia in città.

Decidendo di passare il video ai giornali e alle tv, i carabinieri e i magistrati hanno permesso che venisse violato un «articolato reticolo normativo finalizzato ad assicurare un avanzato standard di protezione dei minori». «I giornalisti sono venuti meno alla Carta di Treviso, il pilastro deontologico in materia di pubblicazioni riguardanti i minori». Cinque pagine, quasi un atto di accusa da parte degli avvocati che non sembra avere precedenti, almeno in altri casi italiani che abbiano riguardato la pubblicazione di immagini oscurate di maltrattamenti in un asilo. Ma non il primo a Pisa. Proprio l’11 febbraio, Ferdinando De Negri, consigliere comunale del Pd, durante una seduta dell’assemblea, aveva attaccato i media per aver «strumentalizzato la vicenda e propalato notizie imprecise» e anche lui aveva parlato di una «sovraesposizione dei bambini causata dalla diffusione delle immagini da parte dell'autorità giudiziaria». Secondo Marchesi la novità del caso pisano è proprio quella di aver portato «alla ribalta del circuito mediatico anche le vittime».

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Perché non solo è stata condizionata l’opinione pubblica e perfino l’ambiente forense, «coinvolto da uno spontaneo e incontrollato sentimento di riprovazione», tanto che si è scatenata la comunità dei crudeli sul web, le volgarità, perfino chi chiedeva «punizioni esemplari» per le indagate ancor prima che un giudice si esprimesse con un verdetto libero, ma anche il sistema di garanzie della giustizia ne è uscito compromesso. E' questo il cuore del ragionamento. Spettacolarizzare le indagini non fa che svilire il giusto processo, la «sua concezione come argine all’arbitrio e al sopruso». Ormai, scrive Marchesi, quello destinato a prevalere non sarà più il «libero convincimento del giudice ma l’occhio elettronico». E non è accettabile che, «nel nome di una supposta esigenza di modernità connessa all’utilizzo delle nuove tecnologie, si debba abbandonare il patrimonio di legalità faticosamente acquisito, per tornare ad una concezione emozionale, rozza e violenta del sapere giuridico in un processo parallelo da celebrare in tempo reale».

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