Il dolore
«Luogo indispensabile per l’integrazione»
PISA. «Noi accettiamo che si costruiscano moschee in Italia perché siamo un Paese laico e perché crediamo nella libertà di culto. Visto che l’Islam è una religione che sta aumentando in termini...
PISA. «Noi accettiamo che si costruiscano moschee in Italia perché siamo un Paese laico e perché crediamo nella libertà di culto. Visto che l’Islam è una religione che sta aumentando in termini numerici e c’è bisogno di spazi in cui i singoli individui possano professare liberamente la loro fede, riteniamo sia parte del nostro percorso democratico-istituzionale l’idea che si costruiscano moschee».
A parlare è Arturo Marzano, ricercatore di Storia e Istituzioni dell’Asia al Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa.
Dottor Marzano, come si arriva all’esigenza di indire un referendum sulla costruzione della moschea? E su quali presupposti si basa il dibattito che ne deriva?
«Bisogna partire dagli attentati dell’11 settembre 2001. Da allora è aumentata un’ondata che non posso che definire di islamofobia, ovvero una paura diffusa nei confronti di quella realtà ritenuta uniforme e monolitica che è l’Islam, considerata in tale contesto un tutt’uno con il terrorismo. Purtroppo questi sono concetti che si ritrovano ad ogni livello della società, compresi fior fiori di intellettuali, esperti anche di mondo arabo. Posso fare il nome ad esempio di Bernard Lewis, uno di quelli che nel post-11 settembre ha sposato l’idea uniforme di un Occidente vs Islam. Veicolata attraverso una serie di giornalisti ed opinion makers (anche in Italia ne abbiamo parecchi, Oriana Fallaci è stata una di questi), questa idea ha progressivamente diffuso l’immagine di due mondi - Occidente ed Islam - incompatibili».
Qual è invece il suo punto di vista?
«Ritengo che questi due mondi non esistano. Esistono una serie di persone e posizioni che si incontrano, e la moschea è proprio uno dei luoghi in cui avviene l’incontro. Perché in moschea andranno cittadini italiani di origine musulmana, fedeli musulmani migranti e residenti in Italia, oltre che seconde generazioni. E’ su questo tipo di terreno d’incontro che bisogna smontare l’idea che esistano due mondi distanti e contrapposti. Se vogliamo una ricetta per andare allo scontro è proprio questa. Guidare la pancia del Paese come fanno alcuni verso questa idea mi sembra molto pericoloso. Il fatto che personaggi come Daniela Santanché e Magdi Cristiano Allam abbiano sostenuto la petizione contro la moschea mi sembra indicativo: sono persone che vogliono utilizzare a fini politici una paura che posso comprendere, ma a cui non si risponde in questa maniera».
E in quale modo si può rispondere, secondo lei, a questa paura che comunque ammette essere comprensibile?
«Ritenere che le persone non debbano pregare in certi luoghi non ha alcun tipo di senso, perché comunque queste persone cercheranno altri contesti. Noi possiamo assecondare questa legittima richiesta prevedendo degli spazi che non diventino luoghi di marginalità, anche di carattere sociale ed economico. Meglio semmai avere una moschea che sia costruita in modo da essere ben inserita nell’ambiente, una struttura buona anche a livello estetico: è un modo per integrare soprattutto le seconde generazioni. Qui andranno i figli di genitori stranieri di origine musulmana che saranno cittadini italiani e che già ora frequentano le nostre scuole, le nostre università. Dimostrare loro che l’Italia è un Paese inclusivo è la strada per disinnescare l’ipotesi che le seconde generazioni siano o saranno necessariamente anti-occidentali».
Perché questa insistenza sull’importanza del rapporto con le seconde generazioni?
«Perché la partita decisiva, e quanto avvenuto con gli attentati di Parigi lo dimostra, passa proprio dal rapporto e dalle relazioni con le seconde generazioni, i figli di questi emigranti che sono cittadini francesi, belgi, olandesi, italiani. La loro inclusione si realizza garantendo la cittadinanza italiana, la scuola, il lavoro. Ma anche i luoghi di culto».
Ritiene la Toscana pronta ad aperture del genere?
«Il caso toscano è indubbiamente interessante. L’Imam di Firenze, Izzedin Elzir, è una delle persone maggiormente inserite nel dialogo interreligioso. Anche il rabbino di Firenze, Rav Joseph Levi, spesso lo incontra. Il fatto che siano uno israeliano e l’altro palestinese ha anche un risvolto politico, non solo religioso, assai importante. La Toscana è un modello integrante. La presenza di moschee a Firenze, Pisa, Colle Val d’Elsa conferma che esiste la possibilità di rapportarsi. Sono un elettore del Pd, e lo dico con orgoglio, perché credo nell’inclusione. Credo che la risposta più importante sia quella del Comune di Pisa. Sono molto contento della scelta del sindaco e mi auguro che i garanti diano il permesso di costruire la moschea».
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