Italia
«Chi gli ha permesso di fare quella scena ora dovrà pagare»
Da Udine lo sfogo della regista Rita Maffei, che in questi giorni sta curando “Il treno” ispirato a Pier Paolo Pasolini
UDINE. «Se fosse confermato il fatto che un ragazzo sia stato messo in condizione di recitare una scena di impiccagione, sarebbe un fatto gravissimo. Una follia».
La regista Rita Maffei sta curando in questi giorni lo spettacolo “Il treno”, ispirato a Pier Paolo Pasolini. Nella sua compagnia ci sono anche Giuseppe Attanasio e Irene Canali, due ex compagni di corso di Raphael Schumacher all’Accademia “Nico Pepe” di Udine. La notizia della tragedia sul palco del cinema teatro Lux di Pisa l'ha letta per la prima volta sul web. «Mi è corso un brivido sulla schiena – dice –. È una cosa tremenda. Di primo impatto posso solo dire che è una follia. È accaduto qualcosa di irresponsabile. Qualcosa che non è concepibile nel mondo del teatro. Chi ha indotto questo ragazzo a fare un gesto del genere deve pagare. Ne è il principale responsabile». «Come si fa a permettere che un lavoratore possa correre un rischio del genere? – si interroga Rita Maffei –. Sarebbe come mandare un operaio in un cantiere edile senza l'imbracatura. È folle che a un ragazzo sia stato permesso di compiere questo gesto folle». Non dice altro la regista friulana, in attesa di conoscere lo sviluppo della vicenda. Ma ribadisce tutta la sua angoscia per quanto è accaduto sabato sera.
L'attore Paolo Fagiolo aveva conosciuto Raphael Schumacher in alcune occasioni. Aveva assistito ad alcuni saggi in cui il ventisettenne si era esibito. «L'Accademia Pepe è una fucina di talenti e Raphael era tra questi». Il rischio e l'imprevidibilità, secondo Fagiolo, fanno sempre più parte del teatro moderno. «Si cerca sempre di più di rendere vera la realtà e, allo stesso tempo gli attori. Usano sempre più il corpo e il fisico quando rappresentano una scena, dando l'anima fino alla fine. Il livello del teatro italiano si sta alzando e contemporaneamente anche i rischi sono sempre più grandi». Al teatro della parola si è affiancato quello in cui il corpo con i suoi gesti ha sempre più spazio. «A me è capitato di interpretare una scena simile a quella di Raphael – racconta Fagiolo –. Con me avevo un'imbracatura, simile a quella che usano gli alpinisti, invisibile agli spettatori, che mi teneva attaccato a terra». «Ma il rischio di farsi del male c'è sempre. È dietro l'angolo – aggiunge ancora Fagiolo –. Capitano sempre più spesso infortuni muscolari, contratture. C'è un teatro che va al di là dell'utilizzo della parola e che unisce molto l'azione fisica. Gli attori si stanno modificando. Stanno diventando sempre più simili ai ballerini. Chi sceglie questo tipo di vita si prepara molto dal punto di vista fisico».
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