Il dolore
Il gioco-schiavitù stritola disoccupati e pensionati
Fenomeno in preoccupante crescita anche nel comprensorio pisano. L’allarme della Società della Salute: «Il governo deve frenare le campagne pubblicitarie»
PISA. Un gioco diventato schiavitù. E un costo per la società. Il tutto con l’assenso dello Stato, che lo sostiene e lo pubblicizza per poi pagarne le conseguenze in termini di assistenza sociale e sanitaria.
Slot machine, videopoker, scommesse, lotterie, giochi online, gratta e vinci. I giochi d’azzardo “legali” hanno invaso tabaccherie, bar, centri commerciali, ricevitorie. Un euro di qua, due di là. E in poche ore può andare perso uno stipendio o una pensione. E più le perdite si accumulano e più aumenta la speranza di riscatto, trasformando quello che inizialmente era un gioco in una malattia. Non è inserita nei livelli essenziali di assistenza, ma la ludopatia miete sempre più vittime, colpendo indiscriminatamente tutti: donne e uomini, giovani e anziani con conseguenze nefaste sulla vita di chi voleva solo divertirsi per qualche minuto.
Negli ultimi anni, anche nella zona pisana il fenomeno ha conosciuto una crescita esponenziale. Le persone che si rivolgono al servizio per il trattamento del gioco d’azzardo patologico del Sert aumentano costantemente. Dal 2008, quando il Sert ha avviato il servizio - diventato di riferimento anche per le Asl limitrofe - sono state accolte 68 persone, 17 solo nel 2015, con risultati abbastanza soddisfacenti: il 25% dei pazienti è riuscito a guarire. «Un servizio nato quasi per caso – spiega Donatella Paffi, responsabile del Sert di Pisa –. Una persona si presentò al Sert chiedendo aiuto. Da quella richiesta si è creato un punto di ascolto. Abbiamo iniziato a studiare il fenomeno scoprendo un bisogno di assistenza diffuso».
Tra le persone accolte, la maggior parte è di sesso maschile (55 uomini e 13 femmine) con un lavoro o una pensione (25 risultano disoccupate). Tre hanno un’età compresa tra i 18 e i 30 anni, 25 tra i 31 e i 45 anni, 25 nella fascia tra i 46 e i 60 anni, e 15 over 60. In maggioranza (29) sono persone coniugate o conviventi, cinque vedovi, 21 celibi o nubili e 13 separati o divorziati. La quasi totalità (65) risiede nella zona di competenza dell’Asl pisana. «Il 90% – prosegue Paffi – è affetto da disturbi mentali e non è un caso che fino a poco tempo fa la ludopatia era inserita tra le patologie psichiatriche». Molti i fattori che spingono le persone a cercare fortuna nelle macchinette mangiasoldi. Si inizia principalmente per caso (come per le droghe), ma in molti casi sono i traumi familiari (lutti o malattie gravi) a spingere una persona a cercare sollievo in uno schermo luminoso che ingerisce monete ed emette vane speranze. Il gioco d’azzardo si trasforma in patologico soprattutto dopo una vincita. A questa seguono di solito la fase delle perdite e quella della disperazione, in cui si cerca di recuperare i soldi persi accumulando sempre più sconfitte. L’ultima è la fase critica, in cui si iniziano ad incrinare le relazioni sociali e lavorative e che spesso coincide con la perdita dell’occupazione e della famiglia. «La vera frontiera è rappresentata dai giochi on line, tramite i quali soprattutto le nuove generazioni acquisiscono l’idea che per giocare occorrono soldi – sottolinea Sandra Capuzzi, presidente della Società della Salute –. Occorre fare di più per arginare questi fenomeni e il governo dovrebbe essere più incisivo, frenando anche le campagne pubblicitarie». Nonostante la sempre minore disponibilità di risorse e personale, il Sert ha organizzato due gruppi di professionisti per assistere i giocatori dipendenti e le loro famiglie. «Quando è stato necessario, i pazienti sono stati accompagnati in strutture comunitarie e in percorsi di recupero dell’autonomia – conclude Giuseppe Cecchi, direttore della Società della Salute –, ma per combattere il fenomeno occorre un intervento comune di tutte le istituzioni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
