Il Tirreno

Pisa

Le bambine della Shoah incantano gli studenti

di Enza Chiappone
Le bambine della Shoah incantano gli studenti

L’incontro di Andra e Tatiana Bucci con oltre ottocento giovani pisani Sopravvissute ad Auschwitz tramandano l’orrore dell’Olocausto

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PISA. Ci sono ricordi indelebili, momenti di vita vissuta troppo forti per essere rimossi dalla memoria, anche se a viverli è stato un bambino. O meglio, in questo caso, due bambine: Andra e Tatiana Bucci, rispettivamente 76 e 78 anni, le più giovani sopravvissute italiane della Shoah, che oltre settant’anni fa videro con i propri occhi l’orrore del campo di concentramento. Da allora, la loro storia l’hanno raccontata così tante volte che quasi verrebbe da chiedersi se non siano stanche di farlo.

Ma poi inizia il racconto, talmente ricco di particolari e di naturale commozione che la risposta viene da sé: non sono affatto stanche, ma sembrano anzi tornare bambine quando si rivolgono agli oltre 800 giovani accorsi per ascoltare la loro testimonianza, consapevoli, chi più chi meno, di avere davanti due pezzi di storia viventi. Tanti erano infatti gli studenti pisani presenti al Palazzo dei Congressi in occasione del “Giorno della Memoria”, ricorrenza fissata per ricordare il 27 gennaio 1945, «data storica in cui si aprirono i cancelli di Auschwitz sulla disumanità», per usare le parole dell’assessora Marilù Chiofalo.

Andra e Tatiana avevano 4 e 6 anni quando il loro incubo ebbe inizio, e vivevano nella città di Fiume, dove la famiglia della madre, ebrea di origini ucraine, si era trasferita agli inizi del Novecento. «Era una sera di fine marzo del 1944. Quando i tedeschi, accompagnati da alcuni fascisti e dal delatore che ci aveva denunciato, vennero ad arrestarci, eravamo in otto in casa, cinque adulti e tre bambini», ha raccontato Tatiana, la maggiore tra le due e dunque quella più in grado di ricordare. Il terzo bambino era Sergio De Simone, figlio della zia materna Gisella, la quale aveva lasciato Napoli per Fiume solo qualche mese prima, commettendo, a detta delle due sorelle, l’errore più grande della sua vita, perché Napoli poco dopo venne liberata. «Un’immagine per noi dolorosa è quella di nostra nonna inginocchiata che supplica questa gente di lasciare almeno noi bambini a casa». Preghiera inutile. Buona parte della famiglia, insieme a molti altri ebrei, viene infatti caricata su un carro bestiame, direzione campi di sterminio. «Fu un viaggio penoso, il vagone conteneva almeno una sessantina di persone, non c’era posto per stare seduti – ricorda Tatiana, occhi lucidi ma sguardo tenace – in un angolo c’era un secchio per i nostri bisogni. Questo modo di trattarci fu uno dei primi segnali che fece capire agli adulti che non eravamo diretti a un campo di lavoro come promesso, ma verso qualcosa di terribile».

La data dell’arrivo a Birkenau, così come molti altri dettagli, le due sorelle son riuscite a ricostruirla solo diversi anni dopo, grazie ai documenti conservati nel museo di Auschwitz. Un numero che invece non possono certo dimenticare è quello che i tedeschi tatuarono sulle loro braccia: «Da quel momento non eravamo più Andra e Tatiana, ma un numero – commenta la minore delle due – eppure non ho mai pensato di togliere questo numero dal mio braccio. Fa parte di me, del mio passato».

Ciò che le ha aiutate a sopravvivere nell’inferno di Auschwitz, dove ogni giorno giocavano «accanto a cumuli di cadaveri mentre gli adulti lavoravano», è stato il loro legame, una vicinanza anche fisica che condusse il dottor Mengele a scambiarle per gemelle. Così Andra e Tatiana scamparono alle camere a gas, e inizialmente anche il cuginetto Sergio venne risparmiato. «Un giorno ci chiesero di fare un passo avanti se volevamo rivedere nostra madre. La sorvegliante ci aveva detto di star ferme, Sergio invece si mosse». Con questo subdolo inganno venti bambini vennero deportati in un altro campo tedesco ed usati come cavie da Mengele, per poi essere impiccati. Tanto dolore potrebbe condurre a chiudersi in se stessi. Invece le due sopravvissute, cittadine onorarie pisane, hanno fatto l’opposto, trasformando la loro esistenza in un messaggio positivo. «Ho due figli e tre nipoti – racconta Tatiana agli studenti – sono la cosa più bella che la vita mi ha dato. E per questo, anche dopo aver vissuto la deportazione, sono qui a testimoniare che la vita è bella».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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