Sicurezza
La schiava del clan legata e appesa al muro per ore
L’inferno della “sposa bambina” raccontato nelle motivazioni della sentenza a 13 anni e mezzo di pena al suocero-padrone
PISA. «Una cosa da trattare come una cosa». Una frase che si fa sintesi di una sentenza per spiegare la condanna a 13 anni e 6 mesi per riduzione in schiavitù di un 41enne nei confronti della nuora.
Sono state depositate le motivazioni del verdetto che, in 69 pagine, raccontano quello che per la Corte d’Assise (presidente Donato D’Auria, a latere e giudice estensore Eugenia Mirani) è stato l’inferno in cui ha vissuto per oltre tre mesi una “sposa bambina” (diventerà maggiorenne a febbraio) in un nucleo familiare kosovaro residente a Tirrenia. Lei appena sedicenne, il marito coetaneo. E soprattutto, “l’orco” della storia” il padre di lui, condannato a dicembre e da oltre un anno in carcere (omettiamo il nome per tutelare la parte civile minorenne) che, nelle motivazioni, viene descritto come un suocero-padrone dispotico e violento, non solo con la moglie del figlio, ma anche con gli altri membri del numeroso nucleo familiare, in particolare verso le donne. Ci sono episodi in cui la minorenne è stata legata e appesa ai ganci per ore. Così come è stata spiata con la videosorveglianza in camera da letto o picchiata dal marito, sollecitato e istigato da suo padre.
Il pubblico ministero Angela Pietroiusti aveva chiesto una pena di 15 anni, mentre gli avvocati dell'imputato, Alberto Marchesi e Marco Meoli avevano concluso la loro arringa con una richiesta di assoluzione. Sicuro l’appello contro la condanna. La vicenda si svolge tra la fine di marzo e il 5 luglio 2014. Quello che è accaduto prima è il racconto di una storia come tante. La sedicenne, serba, conosce il suo futuro marito su Facebook, si parlano attraverso Skype. Le famiglie si incontrano e dopo un anno vengono celebrate a Brescia le nozze. Il suocero, poi condannato, consegna anche 40.000 euro al padre della promessa sposa per contribuire alle spese del futuro matrimonio. I primi tempi scorrono tranquilli. Poi inizia il calvario. La nuora doveva alzarsi alle 6 del mattino e fino a notte il suo compito era quello di accudire la pletorica famiglia (9 persone di cui 4 bimbi) con «le violenze e le minacce poste in essere dal suocero quotidianamente ed abitualmente, che l'hanno ridotta in uno stato di soggezione totale». La giovane doveva baciare la mano al suocero appena alzato e, tra l'altro, lavare i piedi a tutti i componenti della famiglia e anche a chi veniva solo in visita nella loro abitazione. Non solo. «Doveva rimanere sveglia fino a tarda sera perché rincasando "dal lavoro" l'imputato voleva trovare la cena pronta, altrimenti erano botte» si legge nelle motivazioni. Diventando moglie del figlio del patriarca, la sedicenne, contrariamente a quello che poteva aspettarsi, si ritrova nel gradino più basso della scala gerarchica del clan. Sono le violenze fisiche a rendere per la Corte d’Assise ancora più aberrante il comportamento del suocero che arriva a infierire sulla nuora anche per dare l’esempio agli altri.
Un accanimento che muove a compassione persino diversi familiari che cercano di sottrarre la ragazzina dalle vessazioni del capofamiglia. Un episodio in particolare viene scolpito nelle motivazioni. «È stata per ore chiusa al buio in una stanza dopo essere stata picchiata, legata mani e piedi con la bocca tappata con del nastro adesivo per impedirle di urlare mentre la picchiavano ed appesa al muro con dei ganci – scrive il giudice estensore della sentenza – oltre ad essere esibita a tutti i membri della famiglia, bambini piccoli compresi, verosimilmente per far vedere anche a loro cosa poteva capitare a chi non si sottometteva alla volontà del capofamiglia». Non poteva uscire da sola, né usare computer o Facebook e in casa la sua privacy era annientata. «L'imputato le ha installato una telecamera in camera, sì da ritrarla in ogni comportamento - anche intimo - con il marito, oltre allo scopo di aumentare il suo timore di essere tenuta sotto controllo nella sua dedizione a pulire la casa o accudire i bambini e alla sua eventuale intenzione di scappare, le ha impedito di avere conversazioni telefoniche libere con i genitori».
Nell’antologia dei comportamenti censurati a carico dell'imputato ai danni della giovane nuora, c’è anche quello di essersi spinto «a spiare la ragazzina mentre aveva rapporti sessuali con il marito e a minacciarla, sia pure indirettamente, di possibili attenzioni sessuali».
L’incubo finisce la sera del 5 luglio 2014. Quel giorno il marito la picchia dicendole che si è innamorato di un’altra. La sposa bambina trova il coraggio di fuggire e in lacrime corre verso un vicino di casa uscito a gettare la spazzatura. La telefonata alla polizia libera la ragazzina dal giogo del clan e apre le indagini che portano prima all’arresto e poi alla condanna del suocero-padrone.
Pietro Barghigiani
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