Trasporti
Città ciclabile? Non proprio
Percorsi scarsamente segnalati, non protetti e con poche rastrelliere
PISA. Pisa ciclabile ma solo sulla carta. E grazie agli studenti “coatti” all'uso ed abuso della bici.
Legambiente nella primavera scorsa, nel dossier che stilava la classifica delle città italiane più ciclabili, scrisse “Bolzano e poi Pisa… Tutto il resto è traffico…”. Pisa, dunque, è un “velodromo” per ciclisti esperti e meno esperti, una città che predilige il campanello al clacson. In otto anni, secondo l'ultima indagine de IlSole24ore (dicembre 2015), Pisa ha guadagnato venticinque posizioni, e oggi è la 22esima in Italia dopo l'inarrivabile Bolzano e molte delle città del nord come Milano e Trento, addirittura terza provincia più “life friendly” della Toscana preceduta solo da Firenze (quarta) e Siena (nona), per l'ambiente urbano.
Eppure, ha piste ciclabili invisibili, non segnalate, non protette, i furti dei mezzi a due ruote non vengono neppure denunciati tanti ce ne sono, così come gli atti vandalici a danno delle biciclette e le rastrelliere blocca-telaio sono insufficienti.
Piste ciclabili. La stessa Legambiente scrive “Pisa col 30% in meno dei metri pro capite di ciclabile di Padova (11,6 a testa contro 15,2) riesce a ottenere le stesse performance del capoluogo veneto”. Grazie o per “colpa” dei circa 40mila studenti che sono costretti ad usare la bici comprata illegalmente o usata in maniera più o meno lecita al prezzo di 50 euro tondi tondi. A Pisa di venditori di biciclette ce ne sono solo quattro. Se tutte le bici circolanti venissero comprate legalmente, questi rivenditori sarebbero dei nababbi. Legambiente continua scrivendo: “Pisa non ha nemmeno un terzo delle corsie protette per due ruote che ha Reggio Emilia eppure le percentuali di spostamenti a pedali in tutti e due i comuni sono a un buon livello (sopra il 15%)”. Sempre grazie agli studenti che vivono in centro e vanno a lezione spostandosi in biciletta.
Vediamole allora queste piste ciclabili partendo da quelle che non ci sono. La maggior parte del traffico cittadino si muove sugli assi dei cinque lungarni. In lungarno Pacinotti di piste ciclabili non ce ne sono. In lungarno Galilei neppure, a meno che non si voglia intendere per pista ciclabile il largo marciapiede dove una volta c'era una sorta di segnaletica orizzontale ormai inesistente. Il Codice della strada prevede che questo tipo di pista ciclabile, chiamata condivisa con i pedoni, sia comunque dotata di segnaletica orizzontale e verticale e non solo. Gli itinerari ciclabili infatti (quindi tutte le tipologie di piste ciclabile) devono presentare: la regolarità delle superfici ciclabili, gli apprestamenti per le intersezioni a raso e gli eventuali sottopassi o sovrappassi compresi i loro raccordi, le sistemazioni a verde, le opere di raccolta delle acque meteoriche anche con eventuali griglie, gli impianti semaforici, le indicazioni degli attraversamenti ciclabili, le colonnine luminose alle testate degli elementi spartitraffico fisicamente invalicabili, i delineatori di corsia, gli impianti speciali per la visualizzazione notturna degli attraversamenti a raso, che devono tener conto delle alberature esistenti in modo da evitare zone d'ombra, le rastrelliere per la sosta dei velocipedi e, specialmente sulle piste ad utilizzazione turistica, panchine e zone d'ombra preferibilmente arboree, fontanelle di acqua potabile ogni cinque chilometri di pista. Così recita il decreto ministeriale n°557 del 1999.
Prendiamo ad esempio la cosiddetta pista ciclabile del lungarno Gambacorti. Parte d'improvviso da Palazzo Blu. Il percorso inizia ampio ma dopo venti metri si restringe e corre tra un marciapiede e un parcheggio. Si restringe così tanto che all'incrocio di via Mazzini, un ciclista deve scendere. Poi, attraversa l'incrocio e si ritrova su un lungarno trafficatissimo con a disposizione una pista ciclabile non protetta larga meno di un metro e mezzo e a doppio senso di marcia. Inoltre, non esiste più la segnaletica orizzontale che intima comunque di dare la precedenza alle strade che si immettono a pettine sul lungarno.
Come dire che da Palazzo Gambacorti alla chiesa della Spina, rispettando la segnaletica un ciclista ci mette più tempo di un claudicante. La pista ciclabile di via di Pratale, da diversi anni, presenta l'asfaltatura piena di dossi a causa delle radici dei pini e si interrompe improvvisamente là dove servirebbe di più e cioè in via G. Moruzzi dove ha la sua sede il Cnr con 1.300 ricercatori e di questi, quelli che si recano a lavoro in bici, devono salire sul marciapiede assieme agli studenti del nuovo Polo di Chimica dell'Università.
Rimozione e rastrelliere. La rimozione delle biciclette abbandonate spetta alla Pisamo che, ci assicura, viene fatta ben due volte al mese. «Ci concentriamo nelle zone della stazione e di viale Gramsci». Sarà, ma di questa opera non se ne percepiscono gli effetti visto che le rastrelliere sono piene di bici rotte, inutilizzate ed inutilizzabili in tutto il centro storico. Inoltre, basta fare un giro in piazza Sant'Omobono e in piazza San Felice, via Curtatone e Montanara, via delle Case Dipinte per trovare decine di bici inutilizzate da anni coi cestini ricolmi di bottiglie di birra e bicchieri di plastica post movida. Le rastrelliere sono del tutto insufficienti (soprattutto quelle blocca-telaio antifurto), il tutto «per carenza di fondi», ci dicono dalla Pisamo. Le rastrelliere per il servizio di bike sharing Ciclopi, invece, ci sono (ben sedici stazioni), visto che il servizio è a pagamento (5 euro al giorno o 35 euro all'anno ma i primi 30 minuti sono gratis) ed in più ci sono finanziamenti diretti da parte della Regione Toscana. Mancando le rastrelliere tutti parcheggiano anarchicamente ostruendo portoni, serrande e soprattutto marciapiedi.
Furti. Sono talmente tanti che non vengono più neppure denunciati alle forze dell'ordine e alimentano un mercato di ricettazione che vede gli studenti vittime e carnefici al tempo stesso. Cinquanta euro per una bici dalla “dubbia provenienza”. Soldi che salgono a sessanta euro per una col cambio.
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