Sicurezza
«Io, ingegnere ho perso tre posti con il Jobs Act»
Ha contribuito a progettare la Giulia dell’Alfa ma dopo alcuni lavori saltuari ora è a casa. La storia lavorativa di Edoardo Landucci, pisano, ingegnere aerospaziale di 29 anni
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«Nel luglio 2014, attraverso l’azienda di cui sono o ero, boh chi lo sa, dipendente, una società torinese di consulenza che lavora per grandi case automobilistiche. A Torino arriva il mio curriculum e mi chiama la responsabile delle risorse umane per un colloquio direttamente in Emilia. La convinco. “Il tuo profilo è giusto, ti prendiamo, cominci da domani”. Il primo contratto è a progetto, durata di un anno. Ma a maggio 2015 mi propongono di rescinderlo prima della scadenza e firmare le tutele crescenti, la novità del momento. Il lavoro va bene, Fiat confermerà i contratti con noi - dicono - possiamo stabilizzarti. Sgravi fiscali per noi, posto fisso per te».
«Sì, certo. Sapevo che non sarei stato tutelato dall’articolo 18 come lo era mio padre, ma, quella parola, “indeterminato”, mi sembrava qualcosa. Insomma, non avevo impegni con nessuno, ma se avessi voluto prendere un mutuo me lo avrebbero dato, e progettare il futuro. Grazie al cielo la casa non l’ho comprata»
«Il mio lavoro prosegue tranquillo nel team dell’aerodinamica in Alfa Romeo, ormai mi sentivo del gruppo. Poi arriva il 29 settembre. Il capo ci convoca e ci dice che dal giorno successivo i consulenti non avrebbero più fatto parte del progetto: taglio ai fondi per la ricerca, decisione dei vertici».
«No, guardi i sindacati in questa storia non esistono. Ogni giorno entravano in sede più di mille persone, io non ne ho mai percepito la presenza. Mio padre avrebbe subito saputo a quale porta bussare, a me non è neppure venuto in mente».
«Quindi i torinesi mi hanno detto di prendere ferie e intanto loro avrebbero cercato di trovarmi un posto. Arrivano due incarichi temporanei, ma svaniscono velocemente, uno dopo un mese e mezzo a metà ottobre, l’altro dopo soli tre giorni a dicembre. Così ho finito le ferie e dal 2 gennaio sono in aspettativa forzata, senza stipendio. Durerà fino a marzo e, salvo novità, ci sarà il licenziamento. E siccome le tutele del Jobs Act sono commisurate alla durata del rapporto di lavoro, saranno briciole».
«Non so. Uno dei colleghi è nelle mie stesse condizioni. Un altro è stato ricollocato. Ma il primo a cui avevano ritrovato un incarico sono stato io».
«Precariato istituzionale, un meccanismo che consente ai giganti di scaricare il rischio d’impresa sulle piccole aziende e i lavoratori».
«Me lo dicono in tantissimi. Ma mica ho denunciato un mafioso, e alla mia azienda non rimprovero nulla».
«Una birra con gli amici in Piazza Grande a Modena. Non ce l’ho più, per ora».
«Certo. Ho perso tre volte il posto in sette mesi, per forza ti viene in mente. Soprattutto se molti dei tuoi amici del liceo hanno fatto la stessa scelta. Ma io no, ogni volta che frugo online per inviare il curriculum, di fronte ad un’offerta dall’estero, sento prudere il dito. Sì, un formicolìo che sale su verso il braccio, mi attraversa il corpo e dice no, non ti arrendere, questo è il tuo Paese, con il sole, il mare, la luce, non puoi annegare la tua vita nella nebbia e nelle piogge perenni di Londra. In fondo perché? Sono giovane, ho studiato e faticato sodo per costruirmi la mia vita qui».
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