Il Tirreno

Pisa

L’ironia di Welby nel docufilm di Livia e Francesco

di Carlo Venturini
L’ironia di Welby nel docufilm di Livia e Francesco

“Love is all” è il titolo del lavoro di Giunti e Andreotti, entrambi laureatisi a Pisa

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PISA. Sulle ali dell’ironia.

Per essere ironici è necessario essere teatranti sul palcoscenico della vita, soprattutto quando questa mostra il suo ghigno beffardo ed impietoso.

E su questa teatralità, fantasia e burla, ruota il docufilm su Piergiorgio Welby che sul braccio si era tatuato la frase “Love is all”. E proprio queste tre parole danno il titolo al biopic realizzato da Livia Giunti e Francesco Andreotti, entrambi laureatisi all’Università di Pisa con il professor Lorenzo Cuccu per poi proseguire i loro studi cinematografici con Sandra Lischi.

Le ali dell’ironia sono quelle di cui Welby si è dotato stando inchiodato ad un letto, ad una carrozzina. L’ironia ce l’ha messa lui, le ali invece ce l’hanno messe i falchi che volteggiavano sui tetti di Roma e che lui osservava grazie ad una webcam.

«Abbiamo realizzato questo documentario non per ricordare la malattia e la morte di Welby ma per mettere a nudo il suo essere teatrante, istrione fantasioso, ed artista».

I falchi romani hanno guidato i destini di Livia e Francesco da Piergiorgio icona della disobbedienza civile. «Volevamo fare un documentario su un gruppo di ornitologi che stavano piazzando nidi artificiali per i falchi che erano tornati a cacciare sui tetti di Roma», dice Livia.

Welby era già morto ma i due registi hanno scoperto dagli ornitologi che Piergiorgio era uno degli animatori di un blog dedicato alla vita e al volo dei falchi. Sì, vita e volo. Durante il “battesimo” di uno dei falchi nati sui tetti di Roma, Livia e Francesco hanno conosciuto la moglie di Welby, Mina, che ha liberato in volo il falchetto Ariel, il nome scelto da Welby, un nome che richiama al personaggio della Tempesta di William Shakespeare.

Da quel giorno per quasi nove anni, i due registi hanno iniziato a frequentare la casa dei Welby, passando in rassegna i disegni, i collage, i quadri, gli scritti, le foto e i video di chi si era battuto per l’autodeterminazione a lasciare questa vita con dignità. Livia e Francesco sono entrati in punta di piedi nel mosaico complesso della quotidianità di Piergiorgio, una quotidianità emotiva inaspettata, inusuale che non faceva arretrare di un passo la creatività innanzi alla malattia.

«Abbiamo frequentato la vita e non la malattia di Welby scoprendo la grandissima ironia che lo portava a farsi riprendere mentre faceva boccacce e battute durante il pranzo di Natale», dice Giunti. I due registi hanno impiegato nove anni per realizzare la loro opera totalmente autoprodotta. Di questi nove anni, tre sono stati dedicati al montaggio. Il film è ricco di animazioni, un omaggio all’attività di collage artistico a cui si dedicava Welby che prima di osservare dal letto i falchi, era dedito alla caccia.

Giunti di 38 anni ed Andreotti di 46 hanno realizzato il biopic autofinanziandosi, creando la casa di produzione Santifanti e ricevendo il patrocinio dell’associazione Luca Coscioni. Per anni, ogni estate, passavano le loro ferie a girare nella capitale. Ora il film “Love is all” è finito; verrà presentato a gennaio all’Arsenale, è stato selezionato alla rassegna Festival dei popoli e ha già ricevuto buone recensioni su riviste di cinema, mentre è ancora in fase di stesura una su Mucchio Selvaggio.

Giunti ha realizzato, assieme all’ufficio di comunicazione dell’Ateneo cinque documentari per la rassegna I video della ricerca. Andreotti è attualmente docente del laboratorio di ripresa video presso il Dipartimento di civiltà e forme del sapere della nostra Università.

Per ulteriori informazioni e per vedere il trailer del documentario si rinvia al sito www.loveisallmovie.com.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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