Il Tirreno

Pisa

Pensione “più ricca” per errore ma non deve essere restituita

Il Comune aveva sbagliato i dati trasmessi all’Inpdap per il calcolo dell’assegno di un’ex dipendente Versati 22.000 euro in più. Per i giudici la buona fede della donna annulla l’azione di recupero dell’ente

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SAN GIULIANO TERME. Pensione più “ricca” per un errore nel calcolo di un’indennità. Per una volta l’inciampo burocratico non si ritorce contro i cittadini. Anzi, il surplus entrato nelle tasche di una ex dipendente del Comune di San Giuliano Terme non tornerà indietro. Mai più. Sono circa 22.000 euro percepiti dal febbraio 1996 al novembre 2004. Ci aveva provato l’ente a recuperare quei soldi, ma prima la Corte dei conti della Toscana e poi la Corte d’Appello di Roma hanno risposto picche ai ricorsi del municipio. Lo sbaglio è di un’evidenza solare, ma nella triangolazione di soldi delle parti in causa l’unico a restare con un palmo di naso è il Comune. E dire che la pensionata, una volta lasciato il servizio, e incassati i primi bonifici dall’Inpdap, aveva fatto presente ai funzionari comunali che l’importo le sembrava un po’ troppo alto. «Di che ti preoccupi, meglio se ti danno di più» le avevano risposto. Solo che alla fine l’ex datore di lavoro aveva rifatto i conti accorgendosi di aver sbagliato. Lo aveva comunicato all’istituto incaricato all’epoca di pagare le pensioni ai dipendenti pubblici che, a sua volta, aveva preteso e ottenuto le differenze versate in più alla pensionata. A quel punto, e si arriva al 2010, il Comune dopo aver sistemato il debito con l’Inpdap, si era rivolto alla sua ex dipendente contestandole un indebito pensionistico di 22.506 euro.

Assistita dagli avvocati Gianluca Baldi e Marco Canapicchi di Pisa, la donna ha vinto in primo grado nel 2013 e ora anche in appello. Un regalo di Natale anticipato in un caso in cui la buona fede della beneficiaria della pensione in “eccesso” non è mai stata messa in discussione dai giudici contabili.

La storia parte con un fine rapporto ordinario. Al momento di lasciare il lavoro l’ufficio del personale aveva trasmesso all’Inpdap tutti gli estremi per calcolare in via provvisoria la pensione della donna. Nascosto tra le pieghe di norme e interpretazioni, nessuno si è accorto dell’errore che per anni ha gonfiato l’assegno intestato alla signora che abita a San Giuliano. Non sono cifre da capogiro per quell’integrazione alla pensione. Anziché percepire 2.500 euro l’anno gliene venivano pagate circa 5.000. Un’aggiunta che, moltiplicata per gli anni trascorsi nel silenzio di tutti, era arrivata a oltre 22.000 euro.

Scrivono i giudici di secondo grado della Corte d’Appello: «Il provvedimento di recupero era scaturito da un errore relativo al calcolo della indennità integrativa speciale che, essendo la dipendente trattenuta in servizio, andava liquidata non integralmente ma secondo la legge n. 324/'59». Nel suo ricorso il Comune, tra le varie contestazioni, aveva sottolineato «in particolare la buona fede dell'interessata». Così non era. Per la Corte dei conti è acclarato che «dalla documentazione e dalla circostanza, opportunamente segnalata anche dal primo giudice, l'interessata è stata destinataria di due diversi decreti di pensione definitiva, con modifica in peius del trattamento inizialmente corrisposto, appare evidente l'estraneità, già rilevata dal primo giudice del comportamento dell'odierna appellata in ordine all'errata interpretazione della normativa pensionistica fatta dall'amministrazione ed al conseguente errore nella liquidazione della pensione definitiva che ne è derivato, su comunicazione dell'ente». Non solo la pensionata non dovrà restituire i soldi presi in più per uno sbaglio del Comune, ma i giudici contabili hanno anche condannato l’amministrazione a pagarle le spese legali. Parcella di mille euro.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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