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Finisce in carcere per bancarotta

Finisce in carcere per bancarotta

PISA. Aveva patteggiato una pena da 2 anni e 10 mesi poco dopo l’arresto nel novembre 2013, ieri i carabinieri di Pisa sono andati a prelevarlo nella sua casa di Tirrenia per condurlo a scontare la...

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PISA. Aveva patteggiato una pena da 2 anni e 10 mesi poco dopo l’arresto nel novembre 2013, ieri i carabinieri di Pisa sono andati a prelevarlo nella sua casa di Tirrenia per condurlo a scontare la condanna definitiva in carcere, salita a 3 anni e tre mesi. Non aveva finito di accumulare accuse e condanne Angelo Quero, 58enne originario originario di Massafra in provincia di Taranto ma da anni residente nel comune di Pisa. Il manager, tre anni fa, finì in manette insieme alle altre figure di vertice della Giesse di Porcari con l’accusa di aver pilotato il crac della ditta di macchinari per cartiere.

Costituita nel 2006, la Gieffe fu dichiarata fallita dal tribunale nel novembre del 2011 con un passivo di 5 milioni di euro. Una bancarotta fraudolenta, ha accertato il giudice, che è costata il lavoro a sessanta persone. Fu il curatore fallimentare a riscontrare fin da subito palesi anomalie nel fallimento Giesse ritenendolo un crac pilotato. Le carte quindi passarono alla procura di Lucca e al sostituto Piero Alessandro Capizzoto, che delegò l’indagine al maresciallo Nicola Borgia della sezione di pg della Guardia di Finanza in servizio in procura. Dalle indagini emerse un quadro probatorio a tinte fosche: false fatture per acquisti inesistenti per complessivi 648mila euro, distrazione di somme, attraverso fatture gonfiate, per 747mila euro e 99mila euro girati in nero ad un’azienda in assenza di qualsiasi documento contabile. Circostanze inequivocabili per la procura a generare il reato di bancarotta fraudolenta. E adesso, anche per i giudici. In via definitiva.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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