Il Tirreno

Pisa

Chiesa deserta per Fiorella la benefattrice

di Mario Neri
Chiesa deserta per Fiorella la benefattrice

Pisa: ha lasciato tutti i suoi averi all’Università. La salma “prigioniera” dell’obitorio per 9 mesi

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PISA. Il nome per ora è scritto nella calce, inciso con la tecnica che un ragazzino userebbe per scolpire su una panchina quello della compagna di banco di cui si è innamorato, con la punta di una penna o un temperino. Per ora è così, ma composto con logica burocratica e notarile: Fiorella Fanali, il nome e il cognome della benefattrice che ha lasciato in eredità all’Università di Pisa, e in parte ad un canile, tutti i suoi averi (800mila euro), sono ancora provvisori, rabberciati, in attesa che alla lapide in marmo, da cui già risaltava il nome del marito Piero Consani, venga aggiunto quello di questa donna il cui destino, da defunta, sembra una paradossale e interminabile attesa.

Così, ora che sono le 10,40 scarse e il funerale al cimitero della Misericordia è finito veloce veloce, Fiorella attende ancora. Ex insegnante elementare a Uliveto Terme, se ne è andata a marzo scorso all’età di 78 anni, e da allora aspetta. Ha dovuto attendere per nove mesi in una cella frigorifera di Cisanello per poter ottenere la cortesia di una degna sepoltura nonostante in vita lei fosse stata generosissima, e ora dovrà attendere perché qualcuno le usi la premura di un sepolcro decoroso.

Eppure da qualche giorno la sua storia aveva subito un’accelerazione improvvisa. Cioè da quando Riccardo Buscemi, consigliere e vice presidente del consiglio comunale di Forza Italia, si è stufato di sentirsi rimpallare da un ufficio all’altro, e ha raccontato la storia di questa donna ai giornali.

Il marito era stato professore di chimica al liceo scientifico Dini, e da quando se ne era andato «lei si era chiusa, parlava poco, era cardiopatica, pensava molto agli altri e per niente a se stessa. A noi leggeva classici, Dante, Petrarca, Mascagni. Era una donna coltissima ma si era lasciata andare per il povero Piero...», dicono le amiche Mirta, Nazzarena e Iva, fra le poche che sembrino davvero conoscere la storia di questa donna oltre alla famiglia di Buscemi. Piero era tutto per Fiorella, un fanale nel buio. Per questo a lui voleva che l’ateneo intitolasse le borse di studio che dovrebbe far nascere con il suo lascito. L’ha fatto scrivere nel testamento, ma quel testamento per un po’ è come se fosse rimasto congelato. «Lei, poverina - continuano le amiche - si era scordata di disporre che una piccola somma venisse messa da parte per le sue esequie», dice Mirta Viti, la vicina che l’ha accudita fino alla fine, «così nessuno ci ha potuto pensare». «E l’Università non poteva mica - si fa avanti Nazzarena - si doveva verificare che tutto il patrimonio fosse integro e non intaccato da debiti, chissà...».

Insomma, a forza di sentirla, l’hanno imparata anche loro la storia del come e perché la burocrazia abbia tenuto prigioniera la salma di Fiorella per mesi in un obitorio.

In chiesa sono venute pochissime persone: le amiche, Alessia Taccola («Sono stata una sua allieva, scrivetelo, era bravissima»), l’assessore al sociale del Comune Sandra Capuzzi arriva alla fine («Ma come, non era alle 10,30?!»), i volontari della Misericordia che si è offerta di officiare la cerimonia, la quale prima aveva annunciato di volerla pagare la Pubblica Assistenza, ma alla fine no: «Paghiamo tutto noi, in anticipo», dicono Riccardo Grasso, direttore generale dell’Università, e l’economo Federico Massantini. E pure a scatola chiusa, «perché ancora non abbiamo la disponibilità degli averi della signora».

«Credo bastasse un po’ di buon senso ed elasticità. La verità è che tutto si è smosso quando la notizia è diventata pubblica», dice Buscemi. Non proprio tutto. Visto che qui, in chiesa, per dire, nessuno ha riconosciuto un familiare. «Solo una vecchia fidanzata di un fratello di cui nessuna di noi sapeva nulla», dicono le amiche. Suona quasi beffarda l’omelia del prete, Emanuele Morelli, che l’ha tratta dal vangelo di Giovanni: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molti frutti».

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