Gioco
Sapeva raccontare i fatti senza alterare mai la realtà
Marco: un uomo antico, una razza che si sta estinguendo, un amico ideale. Con quei suoi silenzi improvvisi che lasciavano intendere una gran voglia di ascoltare e di capire chi gli stava vicino. Ma anche profondamente ottimista.
Credo che uno dei compiti più tristi sia quello di ricordare un grande amico che ti lascia. Soprattutto se si tratta di un amico speciale come Marco Barabotti col quale ho trascorso una vita insieme. Quasi quaranta anni fianco a fianco nella redazione del Tirreno in Corso Italia. Ricordo di averlo chiamato io a Livorno per un breve periodo di sostituzioni. Allora erano procedure che si potevano fare e lui, studente di Lettere, accettò con entusiasmo. Fu così positivo e brillante quel suo inserimento nella redazione centrale che lo stesso direttore, all'epoca Carlo Lulli, si affrettò nel proporgli di restare, di provare a percorrere la via del giornalismo. Marco accettò, fu quasi una folgorazione e da allora, primi anni Settanta, Marco e il giornalismo diventarono una unica identità. Prima collaboratore, poi praticante e infine l'agognato traguardo dell'esame a Roma per professionista.
Da Livorno Marco passò a Pisa con l'incarico di redattore, cui seguì quello di vice caposervizio. Anni duri, per il Tirreno erano anni di crisi, ma con il passaggio nel gruppo Espresso divenne la prima testata di Pisa, con un succedersi di successi e dati positivi di vendite ai quali Marco contribuì in maniera determinante. Ne sono testimone, per averlo avuto in quegli anni felici al mio fianco, un vero giornalista di razza, un cronista onesto che sapeva raccontare i fatti senza alterare la realtà. Ma anche una umiltà della quale solo i grandi sono capaci. Nessuna prosopopea, non si tirava mai indietro. Scriveva di cultura, ma anche di sport come pure di un semplice fatto di cronaca. Sapeva descrivere il teatro di un delitto allo stesso modo col quale raccontava le fasi di una partita di calcio. Nessun limite, entrava nella cronaca con una prosa fluente e comprensiva per tutti. Quando nel 2000 fu necessario nominare un nuovo capo della redazione di Pisa, il direttore Sandra Bonsanti non ebbe nessuna esitazione nell'accettare la mia proposta di promozione.
Ricordo che mi trovano in Kosovo con i nostri soldati e il buon Fabio Muzzi fu diretto testimone di quella telefonata. Anche nel nuovo ruolo di direttore della redazione pisana Marco confermò tutte le sue ottime qualità professionali e umane. Solo l'ineludibile limite anagrafico lo costrinse ad accettare il pensionamento. Ma fu un riposo solo nominale perché Marco ha continuato a collaborare fino all'ultimo scrivendo articoli che lasciavano il segno. Quel segno così profondo e indelebile che ha lasciato anche nel mio animo. In tanti anni di lavoro non ricordo di averlo mai sentito alzare la voce o di averlo mai segnato assente per un giorno.
Non si tirava mai indietro, sempre al suo posto, anche se febbricitante. Solo una volta mi telefonò per dirmi che proprio non ce l'avrebbe fatta a raggiungere la redazione, aveva la febbre alta, forse l'influenza. Trascorsero un paio d'ore e rieccolo al lavoro. Ma che fai? Gli dissi. E lui: Roberto non ce la facevo a restare a casa, so che oggi è una giornata dura... voglio lavorare. Questo era Marco, un uomo antico, una razza che si sta estinguendo, un amico ideale. Con quei suoi silenzi improvvisi che lasciavano intendere una gran voglia di ascoltare e di capire chi gli stava vicino. Ma anche profondamente ottimista. Tutto bene, ripeteva, come un segno di saluto beneaugurante. Tutto bene, mi ha continuato a ripetere anche durante il duro periodo della malattia. Sono certo che lo dirà anche a San Pietro nel vedersi aprire la porta del cielo. E allora tutto bene, mio caro, dolce Marco, amico di una vita, amico per sempre.
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