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Sicurezza, Pisa tra le maglie nere d’Italia

di Mario Neri
Sicurezza, Pisa tra le maglie nere d’Italia

Il questore: «È la legislazione a remare contro, li arrestiamo ed escono subito». Città e provincia bene per qualità della vita ma ancora in fondo alle classifiche per rapine e microcriminalità

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PISA. In otto anni ha guadagnato venticinque posizioni, una scalata verso l’alto contrassegnata da soste e accelerazioni, ma continua. Oggi è la 22esima in Italia dopo l’inarrivabile Bolzano e molte delle città del nord come Milano e Trento, addirittura terza provincia più life friendly della Toscana preceduta solo da Firenze (quarta) e Siena (nona).

Per lavoro, ambiente, speranza di vita, numero di asili nido, consumi e imprenditoria giovanile Pisa è lassù, in cima alle classifiche stilate dal Sole24Ore nella ventiseiesima edizione delle analisi sulla qualità della vita nel Paese. Ma in una città e in un territorio che sembrano aver modificato molto per reagire alla crisi, c’è un settore in cui tutto sembra essere rimasto inalterato. Nell’ordine pubblico Pisa è in fondo ad una classifica che annovera 110 province: 101esima per microcriminalità (scippi e borseggi), 89esima per il numero di appartamenti svaligiati ogni 100 mila abitanti, 87esima per le rapine. Ha guadagnato appena tre posizioni da un anno all’altro, dalla 94 alla 91, ma è uno scatto solo illusorio; negli ultimi quattro anni (2011-2014) i dati certificano uno stallo, il miglioramento è di appena 0,97 punti.

Non solo. La ricerca rende evidente quanto sia superficiale la correlazione fra numero di reati e tasso migratorio. Pisa è una delle province a tenerlo più sotto controllo di altre. Quantomeno se commisurato alla popolazione, alle reti commerciali e industriali: immigrazione e criminalità non sono un’equazione. Fanno la differenza - dicono i dati - le dimensioni, l’appeal economico e quello turistico e commerciale. Navigano nelle posizioni più basse tutti i grandi centri e quelli attraversati dai flussi turistici importanti. Così peggio di Pisa fanno Firenze, Milano, Rimini, Bologna, Torino, Lucca e Novara.

Non si stupisce il questore Alberto Francini. «I dati sulla microcriminalità - dice - sono relativi al 2013 e sono convinto che già dal prossimo anno registreranno un miglioramento. Ma un vero scatto in avanti lo vedremo quando verranno presi in esame quelli registrati quest’anno». Il consuntivo sui reati verrà presentato dal prefetto Attilio Visconti nella giornata di domani. «Stiamo ancora facendo gli ultimi calcoli - prosegue il questore - ma posso dire che furti e reati predatori si confermano in calo, sebbene non registrino una flessione come quella rilevata nel primo semestre». E sulla spirale ha influito il picco di violenza fra settembre e ottobre.

Non sono le frodi e le estorsioni a preoccupare di più, fronti in cui dominano in negativo le città del sud per la presenza della criminalità organizzata, ma è la battaglia contro la microcriminalità quella che sembra meno efficace.

E questa volta Francini non se lo nasconde. «È la legislazione a remare contro. Guardate quello che è successo in questi ultimi giorni. Polizia e carabinieri hanno fermato quattro ladri che avevano razziato dei garage, ma sono stati subito rimessi in libertà. E non è colpa dei magistrati. La legge dice che per i reati per cui è prevista una pena inferiore a tre anni non si va in carcere. E per raggiungere tre anni di condanne per furti bisogna venir sorpresi e condannati per aver rubato almeno sei o sette volte». E se uno pensa che «per una condanna servono in media quattro anni di processo, ecco che si può dire che per furto è molto difficile andare in carcere».

La strada per invertire la rotta - sottolinea il questore - è in salita. Stringere le maglie dell’ordinamento non è così semplice. «Guardate quanto tempo hanno impiegato per discutere di omicidio stradale». Ma sono anche altre le ragioni che evidenziano come il dibattito sulla sicurezza non possa essere giocato soltanto sulla necessità di un incremento degli organici di polizia, come da tempo chiedono i sindacati di polizia e il sindaco Marco Filippeschi.

«Anche se inasprissimo le leggi, poi dovremmo trovare le risorse per sostenere quella stretta - spiega Francini - Perché ogni detenuto costa allo Stato circa 300 euro al giorno, senza contare che è dovere di uno Stato civile assicurare ai reclusi condizioni di vita dignitose. E quindi per evitare di far scoppiare le carceri, dovremmo costruirne di nuove o ampliare quella vecchie».

@mario78neri

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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