Il Tirreno

Pisa

Camp Darby diventa la base delle beffe

di Danilo Renzullo

Mentre si confermano i 24 licenziamenti, si aprono le procedure per assumere 10 persone a tempo determinato. Nuovo presidio, preso “in ostaggio” un bus Usa

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PISA. Il niet americano, la rivolta degli italiani. Il piazzale antistante la base statunitense di Camp Darby si trasforma ancora una volta nel terreno di scontro tra le decisioni dei vertici dell’installazione militare e le richieste dei civili italiani. Sul piatto ci sono 24 licenziamenti. Già notificati con una lettera consegnata a mano lo scorso primo dicembre. Decine di lavoratori italiani (impiegati, addetti alla logistica, elettricisti, idraulici, frigoriferisti, muratori, falegnami e fabbri al servizio della cosiddetta “zona ricreativa” della base) dal 30 settembre 2016 diventeranno ex dipendenti del ministero della difesa statunitense. E per loro, gli americani servono anche la beffa, aprendo le procedure di assunzione di nuovo personale, ma lasciando fuori dal bando i lavoratori in procinto di abbandonare la base.

Ci sono oltre dieci mesi per cercare una soluzione meno traumatica, ma il comando della base Ederle di Vicenza (di cui Camp Darby è satellite) ha chiuso - per il momento - ad ogni possibilità di ripensamento. Nessuna delle richieste avanzate dai sindacati è stata accettata. O meglio, tutte sono rimaste inevase. Oltre venti posti di lavoro non valgono nemmeno una risposta. E allora la disperazione di chi rischia di trovarsi senza occupazione si trasforma in rabbia, sfociata ieri in un presidio di protesta. Il secondo in poco più di quindici giorni. Al termine di un’assemblea del personale convocata da Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, oltre cento dipendenti civili della base che sorge tra Pisa e Livorno si sono riuniti davanti ai cancelli sorvegliati da militari e blindati da posti di blocco e filo spinato, prendendo in “ostaggio” un bus di americani che cercava di uscire dalla base, rimasto bloccato per oltre un’ora.

«Ci hanno detto che siamo una grande famiglia – sottolinea Vittorio Salsedo, segretario della Fisascat di Pisa – ma poi fanno sempre come vogliono. Avevamo chiesto di congelare la manovra e avviare una trattativa, prevedendo incentivi all’esodo e prepensionamenti, ma non abbiamo ricevuto risposte. Non c’è concertazione: applicano decisioni unilaterali».

Senza risposta sono rimaste per adesso anche le lettere che Fisascat e Uiltucs hanno inviato all’ambasciata americana, al ministro del lavoro, dell’interno e della difesa, e al presidente del Consiglio, con le quali, «stigmatizzando il metodo utilizzato nel consegnare le lettere di licenziamento senza alcun preavviso», chiedono di attivare un tavolo con il comando generale di Vicenza al fine di trovare un’alternativa ai tagli del personale. Quella individuata dagli americani con il trasferimento nella base veneta di 14 dipendenti è stata invece rimandata al mittente. Ma oltre al danno, arriva anche la beffa. Pochi giorni fa la base ha aperto un bando per la ricerca di una decina di operai (in particolare meccanici) da assumere a tempo determinato. Mercoledì scorso, sono iniziate anche le procedure per assumere a tempo indeterminato due responsabili di officina. Ma il comando ha escluso ogni possibilità di reintegro per il personale licenziato. «Con incentivi all’esodo, prepensionamenti e nuove assunzioni, si potevano scongiurare i licenziamenti – concludono i sindacati – ma purtroppo ci scontriamo con una rigidità dei vertici che non è mai stata riscontrata né a Camp Darby né nelle altre basi statunitensi in Italia. Dicono che le posizioni ricercate appartengono a settori e comandi diversi del personale licenziato, ma siamo tutti figli della stessa madre (il ministero della difesa degli Stati Uniti, ndr) e un accordo avrebbe potuto salvare decine di posti di lavoro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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