Il Tirreno

Pisa

Pisani i droni che misurano l’erosione

di Renata Viola
Pisani i droni che misurano l’erosione

Alla Fontina un ottico 52enne ha sviluppato la sua grande passione per l’aeromodellismo

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PISA. Rappresentano l’evoluzione più tecnologica dell’aeromodellismo ma con una gamma infinita di applicazioni pratiche.

Possono fare riprese aeree, operazioni mirate in agricoltura, mappare il territorio, catapultare materiale di soccorso in caso di calamità naturali.

Sono i droni, meglio conosciuti come sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, ancor meglio “Sapr”. Per gli amatori un oggetto di desiderio. Per le aziende produttrici un mercato che non conosce crisi, a dispetto del divieto di sorvolo sui centri abitati imposto da Enac.

Alla Fontina c’è chi ha mutuato la sua passione aeronautica in qualcosa di più. Luca Mariotti è un ottico cinquantaduenne che ha iniziato a far volare aeromodelli fin dagli anni Ottanta. Insieme a una decina di amici animati dalla stessa passione ha trasformato un grande garage in una sorta di hangar-laboratorio dove, nel tempo libero, progetta e costruisce piccoli velivoli. Cruciale l’incontro con il professor Carlo Casarosa, ordinario di Meccanica del Volo al dipartimento di Ingegneria Aerospaziale a Pisa.

«Negli anni Novanta – racconta Mariotti – cominciammo a dare supporto ingegneristico a un’azienda di Roma che operava in campo militare. Ci commissionò un grosso aeromodello, un bersaglio virtuale per l’addestramento al tiro contraereo. L’azienda non lo ritirò per la concomitante crisi Efim ma per noi fu l’inizio di un percorso importante. Subito dopo, spinti anche dal lungimirante generale Cesare Ferri, costruimmo una decina di bersagli radiocomandati, sensibili agli infrarossi e alle dimensioni del bersaglio, per l’Esercito».

Poi, la compagine si sciolse , ma non per molto. Lo zoccolo duro si riuniva ancora e intanto, si parla già del 2010, cominciava ad affacciarsi la nuova tecnologia dei multirotori. «Iniziammo a studiarla e ad applicarla – ricorda Mariotti –. Un po’ per caso entrammo in contatto con il centro “A.s.t.r.o.”, un gruppo di ricerca nell’ambito del dipartimento di Ingegneria civile che si occupava di fotografia e topografia. Nacque una proficua collaborazione e da allora il nostro lavoro si concentra nell’ambito della fotogrammetria. Grazie a 4-5 droni da noi costruiti fotogrammiamo i terreni. Non c’è limite agli scatti, la nostra macchina può effettuarne fino a 250 alla volta. Il dipartimento ha sviluppato il software per questo tipo di missioni».

Dopo aver identificato l’area si delimita un percorso che viene scaricato sul computer di bordo. Il drone esegue il piano di volo e grazie a programmi ad hoc , si ottiene la visione in 3D del terreno. Lo stesso drone può andare a controllare l’erosione di un fiume o può servire nel calcolo dei volumi di estrazione delle cave.

A gennaio il gruppo si costituirà in associazione culturale. Si chiamerà “Aeroworks”. I droni della Fontina potrebbero quindi già decollare per nuove collaborazioni.

«Siamo pronti – ha detto Mariotti – per catapultare materiale di soccorso, come defibrillatori e sacche di sangue, in caso di emergenze. Lo abbiamo già simulato per la “Cecchini cuore onlus”. Un nostro drone, l’Mk3, espressamente progettato per il cinema, potrebbe poi essere utilizzato dall’Alfea cinematografica».

Nel futuro di Aeroworks tuttavia c’è un progetto molto ambizioso, l’M2, un multirotore “ancora più evoluto”, destinato a aerofotogrammetria e precision farming.

«Il progetto prevede un’autonomia di 4 ore e un raggio di azione reale superiore ai 50 chilometri – ha spiegato il professor Casarosa–. Si tratta di un velivolo a propulsione elettrica , dotato di sensori ottici, in grado di vedere sia luce visibile che l’infrarosso. Ma per ora il regolamento Enac prevede l’impiego solo entro 500 metri. Le applicazioni potrebbero moltiplicarsi, dallo stato di salute delle colture allo stato dei fiumi, e per il nostro Paese non sarebbe cosa da poco».

Sembrerebbe una tipica storia italiana, fatta di intelligenza, passione e alta tecnologia. Il lieto fine potrebbe scriverlo anche una fondazione o una banca in grado di far volare questi progetti ancora più in alto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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