Il Tirreno

Pisa

Il superteste di Roberta Ragusa finisce in carcere per furto

di Pietro Barghigiani
Il superteste di Roberta Ragusa finisce in carcere per furto

Pisa, diventa esecutiva una sentenza del 2013 contro Loris Gozi: disse di aver visto Antonio Logli litigare con una donna

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PISA. Il grande accusatore del caso Ragusa diventa qualcosa di più di un accusato. Da mercoledì 9 è un condannato per una vecchia pena mai appellata che lo trasforma da superteste in un arrestato da portare in carcere.

Una sentenza pronunciata nell’aprile 2013 per un fatto del 2008. Il furto su un’auto in sosta, con rottura di un finestrino, di un computer portatile: pena di 3 anni. Un verdetto mai impugnato che ora la macchina della burocrazia giudiziaria materializza con la detenzione in una cella del Don Bosco. Il pm in quell’udienza era Aldo Mantovani, lo stesso che, coincidenze bizzarre, raccoglieva con i carabinieri le dichiarazioni di Gozi in quel momento considerato il più accreditato teste nelle indagini su una vicenda ancora aperta. La parabola umana di Loris Gozi offre alla cronaca un inciampo giudiziario che niente ha a che vedere con la storia dell’imprenditrice di Gello, Roberta Ragusa, sparita nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 e mai più ritrovata. Gozi, 38 anni, giostraio rom in rotta con la sua famiglia di origine dopo la decisione di collaborare con gli inquirenti su uno dei gialli che hanno appassionato l’Italia, era ed è l’asso nella manica della Procura. Una carta che per ora non è servita a vincere alcuna partita.

L’uomo che accusava Antonio Logli, il marito di Roberta, di mentire quando sosteneva di essere rimasto sempre a letto nella notte della sparizione della moglie, ha un passato di varie incursioni nel codice penale. Più volte è stato sentito come testimone in processi per droga. La sorte, a volta capace di straordinari ingranaggi, lo aveva anche portato a sostenere i corsi all’autoscuola “Futura” per riottenere la patente dopo uno stop per guida in stato di alterazione. La stessa di cui era titolare Roberta Ragusa. È lì che Gozi aveva incrociato i destini di una donna svanita senza lasciare traccia e di un uomo che ritiene si sia allontanata di sua spontanea volontà. Il ribaltamento dei ruoli nella commedia umana offre in questa storia prospettive impensabili. Il superteste in carcere e il destinatario delle sue accuse forte di una sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste. Un fatto che per la Procura si era tradotto nei reati di omicidio volontario e distruzione di cadavere.

«L’ho visto in auto in via Gigli, la prima volta intorno a mezzanotte e mezzo e poi, ma non sono sicuro al cento per cento, intorno all’una mentre litigava con una donna poi fatta salire in macchina con la forza» è stato l’architrave della testimonianza di Gozi. Logli non ha mai modificato la sua versione: sono andato a letto intorno a mezzanotte e mezzo e mi sono svegliato alle 6,45 senza trovare Roberta. Una verità che il gup, Giuseppe Laghezza, non ha confutato prosciogliendo il marito della Ragusa e aprendo la strada a cinque ricorsi in Cassazione contro la sentenza. Restio ad andare dai carabinieri anche per i suoi trascorsi penali e le resistenze all’interno dell’ambiente rom, Gozi si era presentato ai carabinieri nove mesi dopo la tragica notte. Poi, tra giornali e soprattutto tv, le frequentazioni con i media erano diventate continue. Non solo per ribadire le sue accuse a Logli, ma anche per chiedere un lavoro. Quello che gli è mancato al momento di inoltrare istanza al Tribunale di Sorveglianza in modo da ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali evitando la galera. Non sarà breve la detenzione di Gozi.

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Anche se qualcuno si è già fatto avanti con il suo nuovo legale, Antonio Cozza, per offrirgli un posto. Secondo l’avvocato, Gozi ha provato in tutti i modi a trovare un’occupazione stabile, «ma si è visto tutte le porte sbarrate. Il suo “senso civico”, che lo ha indotto a riferire agli inquirenti ciò che era a sua conoscenza in relazione alla scomparsa di Roberta Ragusa, ha finito per nuocere alla sua persona, rendendogli pressoché impossibile il reperimento di un lavoro. In questo momento lui è sconfortato, ma ancora fiducioso nella giustizia e nelle tante persone che gli hanno dimostrato solidarietà e vicinanza e che, rompendo il muro di diffidenza, si sono rese disponibili a dargli una mano». Un passato lastricato di errori e un presente “ingombrante” nel ruolo di superteste, al momento non creduto, per il giostraio che da ascoltato ospite in programmi tv in prima serata o pomeridiani è passato a una cella con la prospettiva di restarci per anni.

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