Attenzione
Pizzo sotto la Torre otto vanno a processo
Accusa di estorsione: botte a chi non pagava per le bancarelle
PISA. Souvenir e tangenti. Un pizzo all’ombra della Torre da versare a chi aveva la possibilità di procurare una bancarella in Piazza dei Miracoli. E che, dopo l’assegnazione del posto, batteva cassa per ottenere quanto richiesto.
Tra licenze regolari, affitti e subaffitti esosi, soldi in chiaro e, soprattutto, in nero pretesi con minacce se non di peggio, il lato oscuro del mondo del commercio in zona Duomo finisce in Tribunale. È uno spaccato reale del business alimentato dai passaggi tra bancarellai italiani, titolari di licenza del Comune, e bengalesi disposti a prendere in affitto la postazione per presidiare un posto visitato ogni anno da milioni di turisti.
Il processo. A distanza di quasi quattro anni dalla vicenda, si è arrivati al rinvio a giudizio di otto bengalesi accusati di estorsione aggravata in concorso e lesioni personali gravi nei confronti di tre connazionali. Gli episodi risalgono al dicembre 2010 e, attraverso le indagini dei carabinieri, misero in luce un sistema che per la Procura era improntato all’egemonia di un gruppo di commercianti a scapito di altri colleghi, costretti a soggiacere alle richieste di denaro per poter lavorare.
Gli imputati. Il gip Giulio Cesare Cipolletta ha accolto la richiesta del sostituto procuratore, Antonio Giaconi rinviando a giudizio Noman Md Abu, 47 anni; Masum Md Abu, 42 anni; Mamun Md Sharker, 35 anni; Zainal Abedin 29 anni; Maran Md Hossain, 31 anni; Mohammad Shahin, 39 anni; Bin Rakib Shaokat, 27 anni; Ullah Khan Md Barkat, 29 anni. Tutti residenti o gravitanti su Pisa. Prima udienza a metà mese davanti al secondo collegio del Tribunale penale. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Giovanni Frullano, Elena Mannucci, Sara Gonnelli e Arnaldo Massei, mentre una delle tre parti offese, che si costituirà parte civile, è rappresentata dall’avvocato Salvatore Giuseppe Cutellè.
L’inchiesta. Una spedizione punitiva ostentata nei luoghi e violenta nei modi fece partire l’inchiesta che nel febbraio 2011 portò a sette arresti e a un obbligo di firma. Era il giorno di Santo Stefano del 2010 quando tre ambulanti vennero aggrediti in via Pietrasantina. Già il 18 dicembre un bengalese dei tre poi malmenati il 26 dello stesso mese, fu vittima di un pestaggio sul posto di lavoro in piazza. Ma il giorno di Santo Stefano la spettacolarità dell’azione non poteva passare sotto silenzio. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, a fine giornata otto uomini, su quattro macchine, avevano bloccato in strada tre connazionali e li avevano pestati. Le immagini della videosorveglianza di un negozio scandirono la sequenza dell’assalto a cielo aperto. Un automobilista aveva anche chiamato i carabinieri che, dopo aver raccolto lo sfogo degli aggrediti, indirizzarono le indagini lungo il filone che nel giro di un paio di mesi sfociarono negli arresti.
L’accusa di estorsione. Ai bengalesi un banco costava dai 9.000 ai 15.000 euro all’anno. I fratelli Md Abu per la Procura avevano rilevato diverse bancarelle dagli operatori pisani a cui a suo tempo il Comune aveva dato la concessione, per poi cederle ai loro connazionali in cerca di occupazione. L'affitto, secondo gli inquirenti, costava 9.000 euro l'anno, il presunto pizzo alla società bengalese di import-export di souvenir dei fratelli Md Abu, la Mohini, andava dai 3.000 ai 5.000 euro. I tre picchiati nel dicembre 2010 ai carabinieri dissero che non ce la facevano più a pagare quelle cifre, tra l’affitto ai titolari legali della licenze e il “nero” ai connazionali che avevano procacciato il posto. Di qui la spedizione punitiva. All’epoca gli arrestati si erano difesi sostenendo che il raid era dovuto a vicende interne alle famiglie. Il processo servirà a scrivere una verità giudiziaria.
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