Il Tirreno

Pisa

Una spinta popolare al maxi comune

di Francesco Loi
Una spinta popolare al maxi comune

Pignatelli, docente di Diritto costituzionale: la richiesta di un’iniziativa legislativa può partire anche dai cittadini

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PISA. «Le fusioni “a freddo”, a basse temperature, non sono possibili. Una fusione è possibile “a caldo”, quando vi sia una densità energetica forte. In questi giorni il dibattito politico-istituzionale locale è stato caratterizzato dalla evocazione della fusione dei Comuni del territorio pisano. Anche questa tipologia di sintesi deve probabilmente essere caratterizzata da una spinta energetica forte, attraverso una rete territoriale che si faccia sistema socio-economico prima che politico». A parlare è l’avvocato amministrativista Nicola Pignatelli, docente di diritto costituzionale, con un intervento essenzialmente tecnico sul grande tema del maxi-comune da 200.000 abitanti, oltre le resistenze dei territori comunali confinanti con Pisa.

Professor Pignatelli, facciamo un passo indietro: l’idea delle fusioni non è invenzione di questi giorni...

«Vero. Già i Costituenti avevano pensato, con sguardo presbite, ai processi di fusione comunale. La Costituzione, in una parte peraltro non oggetto di modifica della recente riforma costituzionale, fissa i paletti. Uno: il nuovo comune “fuso” può essere istituito con una legge-provvedimento del consiglio regionale. Due: sentite le popolazioni interessate, ovvero i cittadini dei comuni fusi. Lo stesso Testo unico degli Enti locali esprime un evidente favore per questa tipologia di processo istituzionale, rinviando alle singole Regioni le scelte sul metodo».

La Toscana come si pone in questo quadro?

«La Regione Toscana già nel 2011 ha approvato una moderna normativa sul riassetto istituzionale, precedendo la stessa riforma Delrio e delineando le vie possibili della fusione. Ma, al di là delle regole, contano il ruolo della politica, il coraggio e la visione strategica».

Secondo lei, i sei comuni dell’area pisana sono realmente “fondibili”?

«Quali comuni siano politicamente fondibili non so dirlo. Sicuramente è rilevabile un dato: i comuni di Pisa, Calci, Cascina, San Giuliano, Vecchiano e Vicopisano sono territorialmente limitrofi, hanno una popolazione di circa 200.000 abitanti ed un territorio esteso e pieno di risorse. Si tratta di Comuni che hanno già sperimentato momenti di collaborazione, come l’approvazione del regolamento edilizio unificato. Certamente un grande Comune unico costituirebbe una sfida per il miglior governo del territorio, per l’ottimizzazione dei servizi, per la programmazione e la pianificazione, per l’intercettazione di fondi comunitari. Un bilanciamento e un interlocutore più efficace nei confronti della Città Metropolitana di Firenze».

La principale resistenza viene dai Comuni più piccoli, perché temono di perdere la loro identità a vantaggio di Pisa…

«Una fusione non negherebbe però le comunità locali e le tradizioni, veicolabili attraverso l’istituzione di Municipi, i cui organi potrebbero essere eletti a suffragio universale ed a cui spetterebbe garantire il decentramento amministrativo e la vicinanza ai cittadini sul territorio».

A chi spetta attivare questo processo, ferma in ogni caso la competenza legislativa del consiglio regionale?

«Gli attori che potrebbero esercitare l’iniziativa legislativa sono molteplici. Alcuni sono improbabili, almeno per questa fusione, come la giunta regionale, su istanza dei sindaci. Alcuni suggestivi, come gli stessi cittadini, nell’ipotesi di un’iniziativa popolare (esercitabile da un numero di elettori pari almeno al 10% dei votanti di ciascun comune interessato e comunque pari almeno al 15% complessivo dei votanti dei singoli comuni). Altri opportuni, come gli stessi consigli dei Comuni da fondere, in una logica di rappresentatività del processo istituzionale. In ogni caso, una volta presentata l’iniziativa legislativa, l’idea di fusione dovrà passare attraverso un referendum consultivo obbligatorio. Un referendum senza quorum partecipativo: una sfida secca fusione vs non fusione, al netto delle astensioni. L’esito di tale referendum (per quanto non vincolante) assume certamente una valenza politica forte, che impegnerebbe il consiglio regionale. Basti pensare, ad esempio, all’epilogo del procedimento di tentata fusione dei Comuni elbani».

Finora le fusioni in Toscana hanno tutte riguardato piccole realtà…

«La fusione del territorio pisano sarebbe invece una grande fusione, “a caldo”, con una potenzialità importante per le comunità locali, che rimangono le uniche protagoniste di questo processo culturale prima che istituzionale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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