Incatenati sul posto di lavoro
Sit-in a Montacchiello: clamoroso sviluppo della vertenza Bassilichi
PISA. Le catene diventano la metafora della determinazione a rimanere legati ad un lavoro che tra poco più di un mese rischiano di perdere. La croce pisana avvolta in un cuore il simbolo di un territorio che potrebbe perdere una delle realtà produttive più all’avanguardia e decine di posti di lavoro.
La lunga e complessa vertenza Bassilichi è sfociata ieri in una clamorosa protesta dei dipendenti pisani della società leader per la gestione dei servizi bancari e della pubblica amministrazione che si sono incatenati davanti all’ingresso della sede di Montacchiello per protestare contro la decisione dell’azienda di chiudere lo stabilimento pisano e trasferire, entro l’inizio del prossimo anno, i 57 lavoratori a Firenze. «Una decisione che ha sconcertato i dipendenti e le organizzazioni sindacali – sottolinea Claudio Garzotto, segretario generale della Fim-Cisl di Pisa –, perché priva di motivi ed argomentazioni». Dopo oltre due mesi di tentativi di “conciliazione”, ieri i dipendenti hanno lasciato le loro abituali postazioni di lavoro per incatenarsi simbolicamente all’ingresso della sede. Disposti in fila, ordinati, con in mano tanti piccoli cartelli a formare la scritta “Pisa nel cuore” e l’eloquente striscione “Prima firmate, poi rinnegate”. Il riferimento è all’accordo stipulato tra l’azienda e le organizzazioni sindacali nel giugno 2014 con il quale Bassilichi si impegnava a garantire la presenza sul territorio pisano e il mantenimento dei livelli occupazionali nell’ambito di una ristrutturazione aziendale che avrebbe dovuto portare nuove commesse per la sede di Montacchiello. Dopo appena un anno il dietrofront della società «che – accusa Garzotto – rifiuta anche ogni possibile confronto con il sindacato per cercare di trovare una soluzione per il mantenimento della filiale e dei posti di lavoro». Nell’ultimo faccia a faccia con i rappresentanti dei lavoratori, il management di Bassilichi ha ribadito la volontà di chiudere la sede pisana, come previsto nel piano industriale 2015-2018. «E questo potrebbe delinearsi come un pericoloso precedente – prosegue il segretario della Fim – perché l’azienda potrebbe decidere in qualsiasi momento di chiudere sedi e spostare dipendenti contravvenendo agli impegni presi».
A portare solidarietà ai lavoratori in lotta anche l’onorevole Paolo Fontanelli (Pd), che nelle settimane scorse ha presentato un’interrogazione al Ministero del Lavoro per conoscere motivi e conseguenze della scelta di Bassilichi. «I margini per una soluzione positiva sembrano molto ristretti – sottolinea – perché molto dipende dalla volontà dell’azienda di aprirsi ad una trattativa con i sindacati. Si potrebbe lavorare anche per diminuire i costi gestionali, ma la società ha sempre avuto un atteggiamento pregiudiziale, probabilmente con l’idea di fondo di ridurre i livelli occupazionali». Molti dipendenti saranno infatti costretti a licenziarsi. Non tutti riusciranno a sostenere i tempi e i ritmi di uno spostamento della sede lavorativa. «Abbiamo bambini dai tre ai dodici anni. Alcuni devono accudire anche i genitori malati e il trasferimento a Firenze sarebbe insostenibile – dicono un gruppo di mamme-lavoratrici –. Abbiamo iniziato a lavorare a Pisa e abbiamo costruito la nostra vita intorno a questo lavoro. Siamo ancora fiduciose e speriamo di arrivare ad una soluzione condivisa. In caso contrario, alcuni saranno costretti a lasciare il lavoro». E mentre i vertici nazionali della Fim hanno chiesto alla Regione Toscana di attivare un tavolo di crisi, i lavoratori si appellano al consigliere regionale Antonio Mazzeo, presidente della commissione costa, per un «interessamento fattivo per arginare un danno a carico delle famiglie dei lavoratori e uno al territorio e al suo tessuto sociale e produttivo». Accanto ai dipendenti della Bassilichi si schiera anche il sindaco Marco Filippeschi che, in una nota, chiede all’azienda di «ascoltare i lavoratori, di riaprire i tavoli e di rispettare gli accordi sindacali». «Chiedo – prosegue il primo cittadino – che si possa poi tener conto dei vantaggi che dà l'insediamento nel nostro territorio e delle economie possibili. Non si possono e non si devono abbandonare le ragioni forti che la protesta sostiene. Le istituzioni faranno ancora la loro parte».
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