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Anemia mediterranea nuove frontiere di cura

Anemia mediterranea nuove frontiere di cura

PISA. Si è concluso ieri alla Fondazione Monasterio un importante convegno sulle nuove frontiere per la cura dell’anemia mediterranea e della depranocitosi, meglio nota come anemia falciforme. Due...

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PISA. Si è concluso ieri alla Fondazione Monasterio un importante convegno sulle nuove frontiere per la cura dell’anemia mediterranea e della depranocitosi, meglio nota come anemia falciforme. Due patologie che l’Oms ha definito come emergenti del nuovo millennio. Abbiamo chiesto alla dottoressa Alessia Pepe, cardiologa e radiologa presso la Fondazione Monasterio, responsabile del progetto eMIOT, Uoc Rm FTGM Pisa, le cause: «Ci sono più fattori: grazie alla risonanza magnetica e alla disponibilità di nuovi chelati orali del ferro sta cambiando la prognosi di questi malati che prima morivano in età adolescenziale, mentre ora arrivano facilmente all’età adulta e molti di loro hanno superato i 50 anni. In secondo luogo gli ottimi programmi di screening per il controllo nascite messi a punto nei decenni scorsi oggi non sarebbero più proponibili per le coppie. E infine, ed è il problema più sentito, oggi assistiamo a migrazioni epocali da Nord Africa, Medio Oriente e sud est Asiatico. I Paesi occidentali del nord Europa, eccetto l’Italia, sono stati finora poco coinvolti nella cura di questa patologie ed ora sono in forte difficoltà a gestire una tale casistica».

Dal convegno emerge però un’importante novità diagnostica destinata a migliorare la qualità della vita dei pazienti e ad ottimizzare i trattamenti terapeutici. Di che si tratta, dottoressa Pepe? «In questi due giorni di convegno abbiamo presentato il nuovo progetto eMiot che prevede, grazie ad una risonanza magnetica e dunque non invasiva, la quantificazione del livello del ferro nel pancreas. Perché - ha aggiunto Pepe - pur rimanendo il cuore la prima causa di mortalità, le malattie endocrine, e il diabete in modo particolare, rimangono come principali cause di vulnerabilità. L’auspicio è che, una volta saputo quanto ferro c’è, si possa modulare la terapia chelante, riducendo il rischio di andare incontro al diabete e, per chi è già malato, ridurre il rischio di avere delle complicanze».

Lo studio, iniziato nel 2012, è stato approvato dal comitato etico l’8 ottobre a Pisa. Nel primo giorno di convegno, in videoconferenza, sono stati studiati i primi quattro pazienti arruolati nel progetto. E’ quindi possibile già da domani includere questa risonanza magnetica tra gli esami di elezione? «Per i prossimi cinque anni si dovrà ancora ritenere sperimentale - conclude la cardiologa -. Ma lavorando su una rete che coinvolge dieci centri di radiologia, e se la validazione passa anche dalle biopsie, prevediamo di arruolare 1680 pazienti. E’ sperimentale, ma già un’opportunità clinica per i pazienti che rientreranno nel protocollo di ricerca».

Renata Viola

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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