Sicurezza
«La psicosi nasce dalla sfiducia nell’Occidente»
L’antropologo Fabio Dei: rispetto all’11 settembre c’è il terrore irrazionale di una minaccia incontrollabile
PISA. «Dopo l’11 settembre ci fu la sensazione che l’Occidente sarebbe stato in grado di rispondere. Oggi prevale un clima di sfiducia nelle autorità politiche, soprattutto rispetto a minacce che sembrano incontrollabili». Per questo Fabio Dei, docente di antropologia all’Università di Pisa, non si stupisce che «una paura irrazionale» possa spingere decine di stranieri ad annullare le loro vacanze a Pisa, «seppure - dice - sulla città non esista un allarme concreto».
Professor Dei, l’allarme terrorismo può innescare una paura collettiva a tanti chilometri di distanza?
«Razionalmente non è giustificata. Ma è talmente forte l’influenza dei media nel veicolare questi eventi che non stupisce che con eventi così traumatici si possano modificare le abitudini quotidiane».
Nella storia ci sono casi in cui genocidi o guerre hanno lasciato un’impronta nei comportamenti sociali?
«Sì ma non vedo parallelismi ad esempio fra la paura suscitata dalla persecuzione degli ebrei durante il nazismo e quella scaturita dalla minaccia terroristica. In quel caso la percezione della gravità di ciò che stava accadendo arrivò troppo tardi, oggi la percezione invece è addirittura ipertrofica. La novità piuttosto è che tutto avviene su un piano globale».
Cosa cambia rispetto all’attacco dell’11 settembre 2001?
«Dopo le torri gemelle ci fu la sensazione diffusa che l’Occidente sarebbe stato in grado di difendersi, ora prevale la sfiducia nelle autorità politiche e dunque cresce l’insicurezza. Anche perché gli attentati sono diventati molecolari, e - anche se è più probabile morire in un incidente stradale che in un attentato - l’idea irrazionale che la minaccia possa nascondersi fra di noi acuisce la paura e, peggio, spezza le basi della convivenza comunitaria, aprendo la strada a radicalismi, razzismo, scorciatoie ideologiche e atteggiamenti di rifiuto e violenza nei confronti dell’altro».
Come se ne esce?
«Aggregandosi intorno a valori etici comuni e con il dialogo fra culture. Ma attenzione: le persone che protestano perché si ritrovano in un mondo, magari la propria città, che non riconoscono più perché popolata da forze che non riescono a controllare non sono irrazionali. La sicurezza non può essere solo appannaggio delle destre. Non m’illudo che l’interculturalità si ottenga con l’educazione. Spesso il razzismo non nasce da una convinzione filosofica ma da esperienza di vita quotidiana, dall’insicurezza determinata dalla microcriminalità, dai furti, dalle aggressioni, le rapine. Senza la percezione di sicurezza sul territorio difficilmente si arriva all’interculturalità. Se le persone possono interagire con l’altro, il musulmano, l’indiano, il cinese con serenità, il problema del razzismo non si pone, altrimenti emerge con grande forza».
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