Finanza
«Un’auto tagliò la strada a Davide»
C’è un imputato per omicidio colposo per la sua morte Ricostruito l’incidente sull’Aurelia grazie a un testimone
PISA. Per qualche giorno quella frenata improvvisa è rimasta inspiegabile. E quella striscia nera sull’asfalto dell’Aurelia, a Camp Darby, si è allungata come una lama incandescente sul dolore. Per settimane nessuno era riuscito a spiegarsi perché Davide Turini avesse inchiodato così, senza un motivo apparente. E perché ai piedi di quei pini dove gli si è fermato il cuore non fosse rimasto anche qualcosa oltre al suo corpo sbalzato dalla Kawasaki mentre lunedì 20 luglio rientrava da Livorno. «Mistero», titolarono i giornali. All’inizio la morte dei 33 enne di Tirrenia fu classificata così. Erano quasi le 18, Davide stava tornando dal lavoro, la ditta di spedizioni di famiglia. Oltrepassato il ponte dell'Arnaccio, dopo circa un chilometro, perse il controllo, lui finì a terra e finì tutto in un attimo. «Forse un ostacolo, forse si è spaventato perché un'auto proveniva dalla direzione opposta e ha invaso la sua corsia in fase di sorpasso. O forse un animale», si disse all'inizio.
Sul posto, fu raccolta solo una testimonianza, un automobilista che proveniva dal senso opposto. Ecco, quel testimone oggi è imputato per omicidio colposo per la morte di Davide. Si presenterà all’udienza preliminare a marzo. È accusato di avergli tagliato la strada per immettersi in uno dei pochi varchi di accesso alla pineta. Non è chiaro se per incontrare una delle trans che erano ferme sul ciglio della strada. Che qualcosa non tornasse vigili e carabinieri l’hanno sempre sospettato. Davide teneva la destra, regolare, a bordo strada. Per due giorni vigili urbani e carabinieri esaminarono i segni lasciati sulla strada: la linea lasciata dalle gomme, la dinamica della caduta, quella con cui la moto era scivolata via dal punto in cui lui sbatté la testa sull'asfalto morendo sul colpo. Niente. Nessun urto, nessuna anomalia sul manto stradale. La municipale fece però un appello pubblico, cercava testimoni. È stato l'autista di un furgoncino che proveniva dalla stessa direzione dell'uomo a recarsi qualche giorno dopo dai vigili.
In un primo momento l’automobilista raccontò di aver visto Davide zizagare in modo strano e di aver svoltato verso sinistra per evitare una collisione. Un gesto strano, visto che se avesse scelto una via di fuga a destra avrebbe trovato i campi. «No, non è andata così, quel ragazzo viaggiava regolarmente, è stata l’auto a tagliargli la strada», ha dichiarato l’autista del furgoncino. Sull’Aurelia, proprio pochi minuti dopo l'incidente, arrivò Mauro Turini, il padre di Davide. Per una vita, ogni giorno, lui, la moglie Cinzia Biagetti e i due figli Davide e Matteo, l'hanno percorsa per recarsi alla ditta di spedizioni, un'azienda familiare molto conosciuta a Livorno. L'Aurelia per la famiglia Turini, che oggi è assistita dall’avvocato Luca Giaconi, è una specie di gorgo oscuro, su quella strada ci sono Scilla e Cariddi, c'è un abisso di sentimenti, emozioni, ricordi. «Nessuno di noi ci è più passato», racconta Mauro. Impazzì quasi dal dolore. «Ricordo solo che le orecchie cominciarono a fischiarmi, e che i volontari del 118 e i vigili cercavano di calmarmi».
Mauro è un padre forte: «Davide era uno sportivo, appassionato di surf e snowboard, non un centauro. Un atleta e un bravo ragazzo, non uno che correva in moto, la prendeva solo in estate e solo per venire e tornare dal lavoro». Aveva un sacco di amici, Davide, e domenica si riuniranno tutti in Val di Luce, allo snow park dell'Abetone. Sulla neve era un campione. Qualche anno fa aveva preso il brevetto da istruttore e da tempo era seguito da molti sponsor. I ragazzi del gruppo lo ricorderanno con una targa commemorativa. «Il pensiero di non averlo più è dilaniante, non riusciamo ancora a spiegarcelo. Dopo il diploma da ragioniere, all'Itc di Livorno, era subito venuto in azienda. È cresciuto con noi, ma si era fatto i suoi clienti, era bravo, e con la compagna, Beatrice, una ragazza splendida, si era da poco trasferito in una villetta a Tirrenia vicino alla casa in cui era cresciuto. Si era fatto uomo, insomma. Un uomo buono e puro, di cui ho conosciuto alcuni aspetti solo dopo», continua Mauro. «Al funerale fui avvicinato da un signore, mi disse che al mare Davide era uno dei pochi a giocare con suo figlio disabile, a divertirsi con lui e a farlo divertire. Mi disse: "Io non le faccio le condoglianze per Davide, le faccio i complimenti, per come ha allevato suo figlio”».
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