Finanza
Offese su Fb, tredici a processo
Accusa di diffamazione per i post con cui si incitava alla chiusura e al boicottaggio di una pizzeria
PISA. Scrivi un commento su Facebook e ti ritrovi sotto processo per diffamazione. L’indignazione espressa attraverso la tastiera del pc ha un limite anche nello sconfinato mondo dei social. E quando lo stato d’animo si traduce in un post eccessivo nei toni e visibile a tutti chi lo scrive se ne assume la responsabilità. Anche penale. È la storia finita in Tribunale dove tredici persone sono state rinviate a giudizio per diffamazione a mezzo stampa, un reato punito da 6 mesi a 3 anni. In questo caso - una pizzeria del centro finita nel mirino - i giornali tradizionali non c’entrano. È Facebook l’arena capace di ospitare, nel suo volto più greve, attacchi e contumelie. Una vicenda che parte da lontano, estate 2009, e che è approdata davanti al giudice per un’udienza lampo rinviata ad ottobre 2016. I tredici imputati, giovani e di mezza età, residenti tra Pisa, Cascina, Campania, Sardegna, Sicilia, Puglia, Pietrasanta, Massa sono difesi dagli avvocati Tiziano Checcoli, Gianna Borghesi, Silvia Pampana, Patrizio Pugliese e Francesco Marenghi.
I titolari della “Bottega della pizza” di piazza delle Vettovaglie nel luglio 2009 scoprono che su Fb è stato creato un gruppo di discussione aperto. Chiunque può leggere e intervenire. È stato battezzato in modo eloquente, tanto per chiarire le intenzioni dei promotori: “Boicottiamo la pizzeria di piazza delle Vettovaglie”. Ad accendere la miccia è la pubblicazione di una testimonianza anonima di uno studente che sostiene di essere stato aggredito e offeso dai titolari della pizzeria dopo che avevano allontanato un ubriaco. Un racconto che dà la stura a una sequela di commenti, stavolta non anonimi, che inducono i soci della pizzeria a sporgere querela. Non sono teneri gli autori dei post contro la pizzeria. Al netto di parolacce e offese (la più delicata “mi fate schifo”) la galleria di insulti comprende «Che imbecilli... piuttosto che mettere piede in quella pizzeria muoio di fame e ora spargo la voce a quante più persone posso». Oppure: «Complimenti alla vostra pizzeria razzista. Boicotteremo il più possibile. Vogliamo farvi fallire». Dalle offese alle istigazioni. Uno degli imputati scrive: «Vorrei promuovere un linciaggio verso questo s.....o la gente così fa sempre una brutta fine. Prima o poi un soggetto inutile alla società come quello troverà quello che merita». E c’è anche chi mette alla berlina i due soci e pubblica la foto dell’uomo accompagnandola con la segue scritta: “ Uno dei proprietari è questo. Intanto segnaliamolo a tutti. giusto per rompere i c......i”. Una delle ultime sentenze della Cassazione ha stabilito che inserire un commento su una bacheca di un social network significa dare al messaggio una diffusione «che potenzialmente ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sicché, laddove questo sia offensivo, deve ritenersi integrata la fattispecie aggravata del reato di diffamazione come se commesso a mezzo stampa». E così l’apparente libertà senza filtri che uno pensa di avere su Fb diventa un probabile processo anche se si scrive una frase come questa: «Gente stupida e ignorante che si è arricchita sulle spalle degli studenti».
Pietro Barghigiani
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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