Il Tirreno

Pisa

Col taglierino rapina l’Aci

di Mario Neri
Col taglierino rapina l’Aci

Minacciato un dipendente: «Ha portato via il portafogli anche a un cliente in fila»

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PISA. «Ero appena rientrato in casa, sono passato dal retro, vede da qui, la cucina. Ma appena arrivato in salotto, mi sono subito saltati addosso, ecco dal tinello. Ho appena fatto in tempo a vedere che erano in quattro, tutti con i passamontagna. Hanno subito spento la luce e cominciato a picchiarmi».

Camicia a righe viola, Giuseppe è un omone di un metro e novanta. A prima vista, non verrebbe mai in mente a nessuno di sfiorarlo neppure con un dito. Ha le mani grandi, robuste, ruvide di una vita di fatica e lavoro. Mentre ci guida nella villa cammina con un leggero dondolìo, a tratti si sfiora il fianco sinistro. «È stato terribile, ci vorrà tempo per smaltire questa butta storia».

L’hanno pestato come bruti, l’hanno ferito Giuseppe Lombardi, 59 anni, ex idraulico della Mori impianti di Ospedaletto oggi in mobilità e in attesa della pensione. E a far male ora non è tanto lo sfregio sulla fronte che gli hanno aperto a suon di colpi con un cacciavite o l’occhio nero e quella vena di sangue disegnata sotto la palpebra destra che infiamma lo sguardo di questo gigante buono. Neppure la costola che gli hanno fratturato a forza di calci, pugni, bastonate è un segno che rimarrà impresso nei suoi ricordi. No, la paura. Giuseppe ora che ripercorre le stanze del terrore a volte trema di paura, la voce è attraversata dai fremiti, e le parole, i pensieri, sembra vadano in black out. Nella sua villetta bianca, a La Vettola, sulla via Livornese poco dopo il bar tabacchi, l’altra sera è tornato un po’ più tardi del solito. «Mezzanotte e un quarto - racconta - ero stato con la mia compagna al Palacongressi, c’era uno spettacolo di beneficenza. Sa com’è, se si può dare una mano a qualcuno... perché no? Siamo usciti alle undici circa e siamo andati a prendere un caffè a Tirrenia, poi l’ho accompagnata a casa, poi sono tornato».

Ora parla dal salotto, sul tavolo ci sono vestiti, due decoder, fili elettrici. «Ora ci vede pulito, ma mia suocera e la mia compagna hanno rimesso in ordine. Era tutto sottosopra ma qui non hanno preso niente». I ladri lo aspettavano in casa. Sono entrati da qui, vede, hanno spaccato la finestra e mi hanno teso un agguato. «Non ho potuto fare nulla. È successo tutto in pochi attimi. Li imploravo di lasciarmi ma loro mi hanno puntato un coltello alla gola chiedendomi di aprire la cassaforte», racconta. Selvaggi, i quattro incappucciati urlavano. I cacciavite, gli attrezzi, forse una sbarra, li avevano rimediati nel garage dietro casa. E con quelli colpivano. «”Aprila, bastardo, aprila. Se la apri non ti facciamo niente”, urlavano. E così non ho avuto scelta - ricorda - ho dovuto fare come dicevano». Così Giuseppe li ha portati nel corridoio, dietro un quadro con un paesaggio toscano. «Credo che mi abbiano teso una trappola, che mi aspettassero proprio perché avevano trovato la cassaforte». Un piccolo tesoro. Giuseppe è un appassionato di Rolex, soprattutto. «Ne avevo otto - dice - ho lavorato una vita, e quella era una mia passione. Dal portafogli hanno preso poco, 160 euro, ma oro, gioielli e gli orologi valevano decine di migliaia di euro, era una specie di assicurazione». Hanno continuato a picchiarlo fino alla fine. Poi lo hanno legato. «Hanno usato delle camicia, mi hanno stretto mani e piedi, poi hanno usato un cavo elettrico e mi hanno imbavagliato. La presa non era strettissima, forse si sono dati giusto il tempo di fuggire». Giuseppe alla fine è riuscito a liberare un braccio, ha sfilato il telefonino dalla tasca e chiamato il 113.

Ora sul suo caso indaga la squadra Mobile della Polizia guidata da Rita Sverdigliozzi. Ieri gli investigatori hanno cercato telecamere o dispositivi di video sorveglianza sulla strada. Non sembra ne fosse dotata la farmacia poco lontana dalla villetta. Forse però qualcuno potrebbe aver visto qualcosa. Su via Livornese, in quella zona, ci sono una pizzeria e un bar tabacchi, la Bettola. Proprio sopra ieri si è rifugiato per qualche ora Giuseppe, nell’appartamento del suocero. Seduto sul divano, uno sguardo alla televisione. «È tutto confuso, io ricordo solo che parlavano italiano ma con accento straniero, non troppo grossi, no. Sulla trentina, alti un metro e settanta. Ma sa, in quattro... ». Il gigante buono qui è conosciuto da tutti, non c’è casa dove non sia stato a fare qualche lavoretto. La Livornese, da queste parti, è costeggiata da villette con i giardini, le siepi, i cancelli e le ringhiere basse. Una bella zona, insomma, campagna, ma a pochi minuti dalla città. Una periferia tranquilla un tempo. Da un po’ un quartiere di strada preso di mira. «Non è la prima volta che succede - dice Giuseppe - di case qui intorno ne hanno ripulite un bel po’».

Vabbè, togliamo il disturbo, comincia a imbrunire. Giuseppe ci accompagna, viene a salutarci al cancello, dove stazione una macchina della polizia.

Stia bene, Giuseppe. «E sa, non è tanto la paura ma un’ombra, un peso. Potevano uccidermi. Una cosa che ti resta dentro, e che per un po’ non andrà via».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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