Gioco
Il figlio gli morì accanto in auto: patteggia otto mesi
Alessandro Donati fu trafitto dai tubi sbalzati da un camion dopo un tamponamento. Assolto l’autista del mezzo pesante
PISA. A volte il dolore è una bestia feroce. Anche se ti ha preso una volta torna a cercarti, è un esattore spietato della sofferenza. Ne vuole ancora e ieri l’ha pretesa ancora da Luciano Donati. Di fronte al gup del tribunale di Lucca, il dirigente d’azienda ha chinato la testa e ha accettato in silenzio gli otto mesi di reclusione che l’avvocato gli ha suggerito di patteggiare per la morte del figlio.
Alessandro gli si è spento accanto un sabato notte, il 29 settembre 2012, sul sedile del passeggero, travolto dal carico di tubi di ferro sbalzato dal camioncino che la sua Bmw tamponò poco dopo l’uscita Versilia sull’A12, a Lido di Camaiore. Una fascio di tondini rugginosi di dieci centimetri di diametro sfondarono il parabrezza.
Alessandro Donati giocava a basket nella “Ies sport Pisa” (Serie D maschile), un playmaker e studiava ingegneria all'università di Pisa. Il padre e la fidanzata l'avevano accompagnato a Carrara dove la squadra pisana giocava contro la “Centro minibasket”. Stavano tornando a casa. Non servì a nulla la corsa in ospedale. La ragazza rimase sotto choc, Luciano rimase ferito. Ma la ferita più grande fu il senso di colpa. Perché alla guida della Bmw c’era lui. L’autostrada rimase chiusa per circa un’ora, togliere il 26enne dalle lamiere non fu facile, il muso della macchina era tutto schiacciato.
All’inizio gli accertamenti della Polstrada si concentrarono sull’autocarro per verificare se il carico di tubi di ferro sporgesse dal cassone, se fosse segnalato bene e se la spalliera abbassata del furgone potesse aver “oscurato” i fanali di posizione, rendendo non visibile, per il conducente della Bmw, l'ostacolo che aveva davanti. I pali metallici si conficcarono nell’abitacolo come spade. Poi si cercò anche di capire se il conducente del furgone, un carrarese di 26 anni, potesse essere stato condizionato nelle manovre dal suo stato psicofisico. Gli esami tossicologici rilevarono la presenza di stupefacenti nel sangue, anche se fin da subito sembrarono ininfluenti. E in effetti così sono stati giudicati. Il giudice ieri ha assolto l’autista e ha condannato a otto mesi di reclusione il padre di Alessandro, che oggi ha 65 anni. Omicidio colposo. Omicidio, quella parola assurda per Luciano. Una pena patteggiata e che per fortuna non dovrà scontare in carcere, grazie alla condizionale. Una pena però che lui non smetterà di pagare con la memoria, i ricordi, i frammenti di quella notte, non smetterà mai di pugnalarlo. Ieri quella spada l’ha ritrafitto di nuovo. È tornato a colpirlo come una specie di insensato contrappasso. Effetto dei dati tecnici, delle perizie, delle misurazioni, dei calcoli sulle tracce lasciate dalla frenata che non è bastata, accidenti, ad evitare l’impatto. Effetto insensato di una legge asimmetrica che non ha dato peso alla volontà e all’amore di un padre, che certo non voleva provocare la morte del figlio.
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