Il Tirreno

Pisa

I rom: «Fermiamo le ruspe»

di Mario Neri

Fra degrado e richieste di aiuto, viaggio nel campo alla vigilia dello sgombero

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SAN PIERO A GRADO. «Il ferro, presto, caricate il ferro. E quei pancali laggiù muovetevi, dobbiamo venderli». Sanno che non hanno più tempo alla Bigattiera, Barian e suo suocero si sono mobilitati dall’alba. Ronzano e armeggiano intorno a un furgoncino bianco come se fosse una diligenza piena di oro e preziosi. Caricano vecchie reti, lavatrici, telai di rottami di bicicletta, tondini di alluminio, latta. «Stanno portando via il rame e il metallo, sono le riserve, ma ora dovranno rivederlo. Certo, al mercato nero. Gli italiani pagano una miseria», dice Sabina, 26 anni. È arrivata a Pisa dalla Macedonia a 4 anni, in fuga dai Balcani infiammati da guerre e persecuzione. Donne, bambini, uomini, sono tanti quelli come lei alla Bigattiera. Qui dicono almeno 100, per il Comune appena 65. In ogni caso tutti sanno che il tempo è scaduto.

Qualche giorno fa al campo si è presentato un dirigente del Comune accompagnato dai poliziotti. In mano un foglio di via. Sgombero. Dopo dodici anni, chiude uno dei campi nomadi storici di Pisa. Nato nel 2003 per tamponare lo smantellamento di un’altra occupazione in via Biagio, doveva essere un insediamento temporaneo. Invece in questa pineta sabbiosa fra i campi di San Piero a Grado e Marina di Pisa ci è cresciuta una generazione che parla con la consonanti strascicate, dice “Dè”, ha studiato (poco) nelle scuole di Pisa ma con Pisa non è mai riuscita a integrarsi. Chi è rimasto non ha permesso di soggiorno e secondo Palazzo Gambacorti vive in condizioni igieniche al limite. Basta fare due passi per accorgersene. Sono una ventina le baracche, alloggi di fortuna dove ogni gesto quotidiano è il segno di una frontiera sociale: le donne cucinano in pentoloni scrostati accendendo grandi fuochi dove brucia di tutto. Attorno alle casupole, modeste ma alcune dotate di bagni, spesso si formano pozze di acqua nera e melmosa. La Bigattiera era un vecchio campeggio e non è mai stata attrezzata con una rete fognaria. «Siamo 20 famiglie, almeno 100 persone, e la metà sono minorenni», si fa avanti Alil, «il Comune è ingiusto, da tre anni ci ha staccato corrente e tolto l’acqua corrente, e ora ci caccia senza una vera alternativa. Così non ci danno l’opportunità di vivere come tutti e pagare le tasse».

Con loro, da tempo, vive padre Agostino Rota Martir. Cappellano diocesano per i diseredati, la «mia chiesa sono i campi rom», dice. «Gli occhi con cui si guarda ai rom sono pieni di pregiudizi, e la politica della giunta è miope, non ha mai creato le condizioni per una vera immigrazione». Per don Agostino questa è una periferia, una di quelle «da cui Papa Francesco ha invitato a ripartire, un luogo di resistenza». A resistere con lui stasera arriveranno anche i ragazzi di Africainsieme e del centro sociale Rebeldia. Lo sgombero, imminente, per loro è il simbolo di un fallimento. Sabina, Alina e molte ragazze formano un cerchio e animano la discussione, fra le gambe ronzano una decina di bambini. Nessuno stamani è andato a scuola. Dicono tutte di non aver mai rubato né borseggiato i turisti. E anche tutte le cataste di pancali, ferro e rame ammucchiate al centro del campo non sarebbero un bottino, ma il frutto di una ricerca «fra cassonetti e aziende che se ne disfano».

Insomma, nessuno ha mai infranto la legge. E nessuno sa neppure di chi siano e perché siano qui la Mercedes grigia e quell’Audi A4 turbo diesel. Però poi fa capolino una volante dei carabinieri e la vaghezza perde corpo. È qui per Alil, che è da poco uscito di galera e sconta sotto i pini i suoi domiciliari. E allora anche Faik Miftarof, 35enne, padre di sette figli, fa una piccola ammissione. «E vabbè, io ci sono stato solo due volte dentro. Ma per giudicare bisogna sapere per cosa. Ho rubato un po’ di ferro, ma l’ho fatto per fame». È arrabbiatissimo. Anche lui si sbraccia per dire che «se viviamo in queste condizioni è perché il Comune ci ha tagliato luce e acqua, siamo isolati e anche mandare a scuola i bambini è un problema. Dovrebbero prendere il pulman, ma per farlo dobbiamo alzarci alle cinque del mattino e questo posto alle cinque è buio, non si vede niente».

«Fino al 2013 - dice Sandra Capuzzi, assessore al sociale - erano 153, di cui 80 minori, ma in questi anni abbiamo offerto un inserimento abitativo in case comunali a 87 persone, 23 solo nelle ultime settimane. Un’alternativa? L’abbiamo offerta a chi aveva le carte in regola, chi era in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Ma non possiamo dare assistenza a chi è qui illegalmente». Il problema però è che forse sulla Bigattiera ci si è mossi forse troppo tardi. E tardi sembra anche per gli altri insediamenti. Pisa e la provincia contano la comunità più vasta della Toscana. Sono 995 i nomadi in tutto il territorio fra Pisa, Cascina, San Giuliano Terme, Pontedera, Vecchiano, San Miniato, Santa Croce, 452 i nuclei familiari, il 45,4% minori. Molti proprio macedoni e bosniaci arrivati nei primi anni ’90. «E ora viviamo nella condizione di indesiderati in Italia, clandestini nel nostro paese. Non possiamo rientrare in Macedonia. Dopo essere scappati dalla guerra nell'ex Jugoslavia abbiamo perso la cittadinanza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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