Il dolore
Quando Anconetani comprò Simeone attraverso il fax
Pisa: in libreria una edizione riveduta e corretta di “Scacco alla Torre” scritto da Marco Marvaldi
PISA. Questo qui e questo qua. O, per dirla alla maniera del “Presidentissimo” Anconetani, «Quetto qui e quetto qua». Ovviamente parlava di giocatori, il grande Romeo. Che un bel giorno, da bravo stregone tutto istinto e estro improvvisativo, scelse via fax il suo miglior calciatore di sempre.
L’episodio, di per sé assai buffo, diventa gustosissimo se a raccontarlo è la penna di Marco Malvaldi: “Era l’ultimo giorno di mercato del 1990, e il Pisa non aveva ancora completato la rosa, quando dall’Argentina arrivò un fax con un elenco di giocatori non ancora ventenni. Informazioni a dir poco laconiche: foto, ruolo, altezza, peso. Un po’ poco, per capire il talento di un giocatore, ma non certo per uno come Romeo. Il quale, dopo aver esaminato il fax, disse con piglio deciso: «Quetto qui e quetto qua. Soprattutto quetto qua. Mi garba, ha la faccia decisa». «Quetto qui» e «quetto qua» erano José Antonio Chamot e soprattutto Diego Pablo Simeone, che dopo il Pisa vestirà le maglie di Atletico Madrid, Inter e Lazio, e della Nazionale argentina. Della quale diverrà anche capitano ai Mondiali del 1998. Gli stessi in cui il capitano del Brasile è Carlos Caetano Bledorn Verri, detto «Dunga». Due ex giocatori del Pisa, con al braccio la fascia delle due nazionali più prestigiose del mondo. A volte, ci vuole competenza; a volte, un po’ di culo non guasta”.
PISA-LECCE 4-0 (SERIE A 1990/91): AL MINUTO 1' 25'' IL CAPOLAVORO DI SIMEONE
Nella nuova edizione (Laterza) del suo “Scacco alla Torre”, il creatore della fortunata serie dei vecchietti- detective del BarLume dedica un capitolo inedito (apparso recentemente, in anteprima, sul sito web del Corriere della Sera) al Pisa Sporting Club dei bei dì delle sfide in serie A. .Pubblicato da Felici nel 2011, “Scacco alla Torre”, divertente e divertito omaggio alla pisanità in forma di guida turistica, reca ora, per la gioia dei tifosi cresciuti a pane e Arena Garibaldi, un imperdibile tributo all’“Era Anconetani”. «C’era da togliere le pagine che parlavano del vecchio dipartimento di Chimica, che non esiste più, e sostituirle con qualcosa di fortemente aderente al carattere pisano», ci racconta Malvaldi da Cesena, dove lo attende un convegno organizzato dal Centro Italiano di Controllo per le Affermazioni sul Paranormale di Cesena (Cicap). «E cosa, se non il Pisa di Romeo?». Il presidente, certo; ma anche l’altra metà del suo cielo: la tifoseria. Il “vescovo mancato”, come Anconetani stesso amava definirsi, a sottolineare il suo profondo rapporto con la fede (mai disgiunta da tutto un personale armamentario di riti propiziatori che chissà, forse davvero lo aiutarono a innalzare la sua squadra a vette mai, e mai più, raggiunte); ma anche le vagonate di ultrà che una volta, ci dice Malvaldi, «arrivarono proprio qui, a Cesena, per vedere lo scozzo cruciale tra Pisa e Bologna. Da Pisa partirono in 7mila. Dai finestrini del treno svolazzava uno striscione su cui campeggiava la scritta “Maiale Vanti siamo!”, e la “V” era rosso fuoco.
Nel Bologna militava Hugo Rubio, scarsissimo cileno. L’allenatore del Pisa era Bruno Bolchi. Con la tipica voce stentorea da stadio, qualcuno disse dalla tribuna: “Bolchi, levagli la marcatura, a Rubio, tanto si bada da solo!». “Voce stentorea da stadio”. È l’elegante antifrasi che Malvaldi usa per catalogare la loquacità di tifosi dai polmoni di ghisa le cui urla sovrastano ogni cosa vicina e lontana. Tifosi come “Bavone”, per esempio: “Arena Garibaldi, domenica, poco dopo l’ora di pranzo. In attesa che inizi la partita, ovvero la parte meno interessante della giornata allo stadio, i tifosi del Pisa ingannano il tempo cantando in coro. Il lettore filologo perdonerà se non riporto il testo della canzone; al di là del fatto che spesso i testi dei cori da stadio sono di valore letterario discutibile, ciò che succede immediatamente dopo è talmente sublime da obliterare qualunque altro particolare. Capita infatti che il direttore del coro, un capo tifoso del Pisa noto come “Bavone”, ravvisi una qualche mancanza di impeto nell’accompagnamento ritmico al canto, il quale (come in ogni composizione da stadio che si rispetti) è dato da battiti di mani. Dopo aver ottenuto l’attenzione dei coristi con un rutto più sonoro del solito, il direttore invita i professori d’orchestra a seguire la ritmica con una precisa indicazione tecnica («Ragazzi, battete tutti le mano») seguita, come di prammatica, da una robusta invocazione alla Madonna, visto che d’altronde è domenica. Dal foyer, uno degli strumentisti di ripieno fa notare al direttore una vistosa imperfezione nell’invito, dicendo a pieni decibel: «Bavone, è plurale». E Bavone, senza scomporsi, accetta l’annotazione e la trasmette al resto degli esecutori: «È vero. Avanti ragazzi, battete tutti le mane, forza!». E giù moccoli”.
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Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Se lo chiedevano in tanti, indecisi se criticare o lodare e quel prestigiatore dell’attenzione mediatica specializzato in miracoli a basso costo. Gran beniamino delle emittenti locali, in cui imperversava. Folklore e talento. Tutto un roteare ad effetto tra religione e superstizione, tra funzioni in chiesa (presenti i suoi atleti) e generose manciate di sale. Erano gli anni del Pisa in serie A. Quelli in cui le “voci stentoree da stadio” diffondevano urbi et orbi coloriti motti quali “Caraballo, meglio pèrdilo che trovàllo!”, o anche “Caraballo giòa bene nell’intervallo!” (ci si rivolgeva a Jorge Caraballo, uruguaiano, classe ’59, centrocampista del Pisa dall’’82 all’’83). Quelli in cui il “Presidentissimo” e il suo Pisa seppero inorgoglire un’intera città. Lui e il suo sale. A volte serviva, a volte no. «1989. Coppa Italia. Anconetani manda i suoi giocatori nell’albergo degli avversari del Milan - il Milan di Sacchi e Gullit - per “salare” i pavimenti delle loro camere, che diventano impraticabili come un campo fradicio. Ma il condimento non sortì l’effetto sperato: vinse il Milan».
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