Il Tirreno

Pisa

«Nel cuore della notte ho accolto i profughi»

di Renata Viola
«Nel cuore della notte ho accolto i profughi»

L’esperienza di Elia, attore sangiulianese sulla costa di Lesbo

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SAN GIULIANO TERME. «È stata un'esperienza che credo tutti dovrebbero affrontare almeno una volta nella vita per valutare bene le parole prima di esprimersi sulla tragedia che accompagna questi esodi». Elia Lucas Pietschmann, 26 anni, di San Giuliano Terme, attore, residente a Roma, è il secondogenito di una nota famiglia di professionisti. Ha vissuto in prima persona il dramma dei profughi siriani mentre si trovava in vacanza nella casa di famiglia, sull'isola greca di Lesbo. Svegliarsi nel cuore della notte e trovare nel giardino di casa una folla di migranti, uomini, donne e bambini appena sbarcati, deve avergli fatto letteralmente sussultare il cuore. «Il buio e la paura certo non sono stati d'aiuto nel mettere subito a fuoco la situazione – racconta- ma quella notte ha inesorabilmente cambiato la mia vita e la mia opinione sulle migrazioni di massa».

La casa si trova in una piccola baia di pescatori, Ligounari, sulla costa sud, ma dalla costa nord dell'isola nei dintorni di Molivos, la Turchia dista 5 km, appena un'ora di traghetto. «Sono 23 anni che trascorriamo le nostre vacanze a Lesbo- ha spiegato Elia - gli isolani ci conoscono e ci rispettano. Quella notte, insieme a mio fratello Luca di 23 anni e mia sorella Elena di 29, siamo rientrati a casa intorno alle 3,30. Il nostro sonno è stato interrotto soltanto un'ora dopo da forti grida e applausi. Pensai che il baccano fosse causato dai pescatori di rientro da una buona pesca notturna, ma il rumore diventava sempre più insostenibile e mi sembrava di riconoscere le voci dei miei genitori. Mi sono catapultato in giardino, trovandomi di fronte ad una folla di migranti che parlavano solo in arabo. È bastato un attimo per capire che avevano esattamente la stessa paura che io avevo di loro. Mi tranquillizzai solo vedendo i bambini nascondersi dietro le gonne delle loro mamme. Superato il panico, ci adoperammo per fornire loro acqua e asciugamani come loro richiedevano. Subito dopo andai in spiaggia per vedere se c'erano altri rifugiati. La baia era letteralmente ricoperta di migranti, donne col velo si inginocchiavano a terra baciando il suolo e ringraziando Allah, uomini di ogni età mi venivano incontro chiedendo acqua, bambini esausti e bagnati che piangevano. In mezzo alla spiaggia la carcassa di un gommone squarciato di colore verde scuro galleggiava sul bagnasciuga. Grazie all'intervento di mia sorella che parlava arabo, li rifornimmo di panini e biscotti».

Cosa le dissero di loro?

«Erano 57 persone, si erano imbarcate dalla costa turca su una barca al di sotto delle possibilità di carico. Per 1200 euro a testa qualche scafista turco mette loro a disposizione un gommone omologato per 10 persone, un motore da 30 cavalli e una tanica da 15 litri di benzina. I più fortunati raggiungono la costa nord dell'isola, chi finisce senza benzina cerca di proseguire in balia delle correnti. Così dopo 8 ore in mare aperto la corrente li aveva scaricati sulla nostra spiaggia dalla quale si erano diretti verso la prima abitazione, la mia. Una volta capito che si trattava di una folla inerme anche i nostri vicini di casa, ateniesi, uscirono per aiutarci».. Chi erano davvero quei migranti?

«Strinsi amicizia con un gruppo di tre coetanei. Tutti e tre erano laureati, in medicina e in architettura. Nottetempo avevano preso tutti i risparmi e erano scappati dal retro delle proprie case lasciandosi tutto alle spalle, senza più ricevere notizie delle proprie famiglie. Chi può permettersi di scappare è ricco e salvo, amico, mi avevano confessato».

E quanto avevano pagato per quel viaggio?

« Ognuno aveva pagato dagli 8 ai 12 mila euro a persona. Durante il viaggio molte persone avevano perso la vita. Alcuni ragazzi aprirono lo zaino e tirarono fuori da una busta ermetica dei biglietti aerei con destinazione Lussemburgo e Germania, domandandomi se la loro laurea fosse valida anche laggiù. Nel gruppo aveva richiamato la mia attenzione un ragazzino di 12 anni che non aveva accettato cibo nè acqua. Non voleva parlare con nessuno. Quando chiamammo la polizia, per avvertirli della presenza di queste persone sulla nostra spiaggia, ci dissero che ci avrebbero mandato un bus e degli agenti, ma che avremmo dovuto avere molta pazienza perché quella notte erano approdate più di 2000 perone su tutta l'isola. Quando, ormai mattina, gli agenti arrivarono, allestirono un tavolo nella casa del mio vicino. Iniziarono a prendere i nominativi di tutti e quando toccò al ragazzino di 12 anni gli chiesero se viaggiasse solo o con i genitori. Dopo aver risposto di averli persi entrambi, il bambino scoppiò in lacrime e si chiuse di nuovo in se stesso. La polizia spiegò che sarebbero partiti di li' a poco a piedi verso il pullman parcheggiato 2 chilometri più in là, sulla spiaggia di Tarti e che sarebbero stati portati a Moria, città limitrofa alla capitale dell'isola Mitilini, in un ex campo militare riadattato per ospitare ingenti gruppi di stranieri. Da lì i siriani sarebbero stati portati ad Atene entro 3 giorni per poi essere autorizzati ad andare dove volevano, regole però non valide per il resto degli immigrati , afgani, iracheni e pachistani che si trovavano su quella imbarcazione».

Una volta pronto il pullman, «la polizia chiese a me e mia sorella –prosegue il racconto di Elia – di domandare se erano stati registrati e di informarli che le donne e i bambini potevano montare su un furgone pick-up che gli avrebbe risparmiato la camminata fino al bus. Quando arrivammo a Tarti, mi resi conto dell'assurdità del luogo in cui mi trovavo, ero in cima al cucuzzolo di una collinetta nel mezzo di un grosso parcheggio sterrato, alla mia destra 57 anime straziate dalla guerra e dal terrore aspettavano la loro sorte ignari del futuro; alla mia sinistra la più bella spiaggia dell'isola coperta di grassi turisti e odore di creme per il sole, musica e cocktail».

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