Il Tirreno

Pisa

Quelle 30 cisterne dentro la Gamerra nel mirino dell’Arpat

di Mario Neri
Quelle 30 cisterne dentro la Gamerra nel mirino dell’Arpat

Scoperti vecchi serbatoi di gasolio nella caserma dei parà Potrebbero essere l’origine dell’inquinamento a San Rossore

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SAN GIULIANO TERME. Ci sono trenta serbatoi dentro la caserma Gamerra entrati nel mirino dei tecnici Arpat. Un “parco” di cisterne molto vecchio, utilizzato per il riscaldamento della base e per il rifornimento dei mezzi. Secondo gli uomini dell’Agenzia regionale di protezione ambientale la contaminazione di idrocarbutri arriva da lì, il gasolio sversato nel fiume Morto per due volte solo ad agosto e martedì arrivato nel cuore della riserva di San Rossore fuoriesce da uno di quei serbatoi ed ad ogni pioggia le acque inquinate defluiscono nel torrente attraverso la rete fognaria.

Potrebbe essere una scoperta decisiva per chiudere rapidamente una serie di sversamenti che va avanti da tempo ma che solo pochi giorni fa, per la prima volta, ha ferito anche il Parco. «Gli idrocarburi sono già arrivati al mare - ha detto il direttore di San Rossore, Andrea Gennai - E fra pochi giorni con tutta probabilità ce li ritroveremo sulle spiagge. Rischiano di morire molte delle specie animali e vegetali che vivono qui. Se gli scarichi inquinanti non si interrompono i danni ambientali e di immagine per la tenuta saranno irreparabili». Non è ancora stata rintracciata la perdita, ma i tecnici credono che la causa sia riconducibile proprio ai serbatoi installati nel Centro di addestramento dei parà a Gello. La scoperta adesso aiuta ad illuminare una vicenda finora contornata da ombre, e su cui anche la procura di Pisa ha aperto un’inchiesta.

Soprattutto potrebbe risolvere una diatriba fra Arpat e i vertici della base. Non è la prima volta che sul fiume Morto vigili del fuoco e dipendenti dell’Arpat riscontrano chiazze di idrocarburi. È successo anche nel 2014, ma «i militari - dicono dall’Agenzia regionale di protezione ambientale - hanno sempre declinato qualsiasi responsabilità». Avrebbero cominciato a collaborare dall’autunno scorso. E dopo una diffida della provincia di Pisa i negoziati per individuare l’origine degli sversamenti si sarebbero fatti più intensi.

«Abbiamo sempre dato piena disponibilità a collaborare, semplicemente dai nostri controlli non sono mai stati riscontrate evidenze. Ma a giugno abbiamo presentato un piano di analisi dei terreni, su cui il 3 settembre la Conferenza dei servizi svolgerà l’esame definitivo. Se darà il via libera potremo partire», dicono dal comando della Folgore, ribadendo: «Anche a noi sta a cuore la salute del Parco, quindi piena collaborazione».

Intanto va all’attacco il deputato pisano Federico Gelli (Pd): «Presenterò un’interrogazione al ministro dell’Ambiente per metterlo a conoscenza di questo incalcolabile danno ambientale e d’immagine e perché si interrompa uno spregio che colpisce un luogo protetto dalle norme europee. Si faccia immediatamente tutto il necessario, non è possibile pensare che possa riaccadere». «Questo non può restare un delitto senza colpevoli - dice il presidente di Legambiente Ilaria Sbrana - La comunità pisana ha il diritto di conoscere i responsabili e pretendere che venga eliminata l'origine del danno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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