Gioco
Università virtuose, Pisa può brindare sul tetto del mondo
Scuola Normale e ateneo ai primi posti della graduatoria che misura i risultati sulla base dei finanziamenti e della spesa
PISA. Puntuale come ogni anno, arriva la classifica delle migliori università al mondo. E con la stessa puntualità arriva anche la bocciatura delle università italiane, che compaiono a partire dal centocinquantesimo posto (l’ateneo pisano però è il secondo tra le università del Paese).
Ma un ingegnere dell’Università di Padova, Giuseppe De Nicolao, stila la classifica delle università più virtuose in rapporto tra quanto ricevuto in termini di finanziamento, quanto speso e quanto ottenuto in pubblicazioni e ricerca. E a sorpresa, la classifica di Shangay che vedeva ai primi 15 posti solo università americane ed inglesi, si ribalta con la Scuola Normale che sale sulla vetta del mondo e con l’ateneo pisano che è addirittura sesto scavalcando Princeton, Oxford, Berckeley, Parma, Pavia e Milano.
Ciò suggella il virtuosismo e l’efficienza delle nostre due università cittadine. La classifica di De Nicolao è riportata interamente sulla rivista specializzata e on line Roars ed è fatta in base ai risultati in termini di pubblicazioni con un occhio rivolto però ai finanziamenti pubblici e alle spese correnti delle università. Ciò che emerge “scientificamente” è quanto si ripete da sempre e cioè che il sistema universitario riceve poco ma dà tantissimo in termini di risultati sia degli studenti che dei docenti e ricercatori. In pochi sanno ad esempio che la spesa pubblica italiana per le università, in rapporto al Pil nazionale, è la penultima in Europa e tra le ultime secondo l’Ocse. Eppure, le roboanti classifiche che ci bocciano gli atenei, non prendono in considerazione questo dato che non è propria una quisquiglia.
Secondo la classifica di Roars, la Normale è al primo posto ma non è un dato così indicativo, sia perché è una scuola superiore sia perché ha inevitabilmente dei costi per corso di laurea inferiori ad un maxi ateneo come la Sapienza di Roma o all’ateneo pisano, sia perché si può permettere un rapporto docenti alunni di standard elevatissimo visto anche l'esiguo numero degli allievi.
Ma l’ateneo pisano è comunque al sesto posto superando i blasonatissimi Oxford e Princeton. Il rettore Massimo Augello non aspettava altro che uscisse una classifica del genere perché va a confermare le sue riflessioni sul fatto che i soldi per le università vanno solo a diminuire ma il sistema universitario «regge bene alla concorrenza internazionale sul fronte dei risultati della ricerca». Il Magnifico però, si spinge oltre, e guarda ad un orizzonte futuro fatto più di ombre che di luci. «L'Italia non ha alcuna università tra le prime 150 al mondo, infatti ben 16 nazioni piazzano almeno una loro istituzione tra le prime 100, con la presenza sempre più massiccia di realtà emergenti (quali per esempio Singapore, la Corea e il Brasile) che, al contrario di quanto avviene nel nostro Paese, continuano a investire ingenti risorse nel settore».
Augello non lo dice esplicitamente ma è inevitabile che se non si inverte la rotta, nelle prossime classifiche internazionali, l’Italia scivolerà al 200esimo posto, lasciando il via libera alle università dei Paesi emergenti asiatici e sud americani. «Non è facile correggere questa distorsione prospettica – dice De Nicolao – anche perché nessuna delle classifiche internazionali degli atenei introduce delle normalizzazioni per tener conto dei diversi livelli di spesa».
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