Il Tirreno

Pisa

Turisti prigionieri del cibo da microonde

di Carlo Venturini
Turisti prigionieri del cibo da microonde

In quasi tutto il centro storico i ristoranti tipici sono chiusi per le ferie estive. Sbrana: «Tutta colpa delle liberalizzazioni»

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PISA. Come ti accalappio il turista col “precotto”. Ed intanto in Corso Italia ha aperto un’altra friggitoria in franchising di patatine olandesi e un paio di negozi di cover per cellulari. Così si perde l’identità cittadina. E il presidente di Confesercenti, Marco Sbrana, è d’accordo. «Tutta colpa delle liberalizzazioni di Bersani e Monti, che hanno scombussolato tutto il mercato», commenta il numero uno di Confesercenti.

Il “precotto”. A Pisa i visitatori (mai così tanti come questo anno) vengono presi “per fame”. Quasi la totalità degli esercenti dell’asse di Corso Italia e Borgo Stretto sciorinano un menù a base di prelibatezze precotte, quali piatti di lasagnoni, cannelloni alla bolognese, contorni di broccoli e patate “a bollore” e l’immancabile scaloppina al limone. Un noto bar del salotto buono del centro storico, Borgo Stretto, per otto euro fa mangiare un piatto di tortellini alla panna e prosciutto cotto. Bevendo qualcosa si arriva a dieci euro, cifra che si spende praticamente in un ristorante con piatti espressi. Fatto sta che di tipico, il turista sull’asse del centro storico di tipico assaggia ben poco. E soprattutto, non tutti i bar che hanno un menù cotto chissà dove e chissà quando, hanno l’accortezza, la cortesia di scrivere che il cibo è stato riscaldato. D’altra parte i ristoranti storici pisani (sempre meno) sono rigorosamente sprangati per la pausa estiva e vanno cercati col lanternino visto che comunque aprono solo a cena. «Sì, è così – dice Sbrana – ma non vi è alcuna legge che imponga l’apertura di un ristorante in un certo periodo dell’anno, anche se noi abbiamo sempre cercato di sensibilizzare a tenere aperto visto che i turisti negli ultimi anni sono solo cresciuti». L’unico luogo che si trova senza difficoltà e dove si possono assaggiare i prodotti locali è la Bottega del Parco di San Rossore in piazza Vittorio Emanuele. Sui menù precotti, Sbrana aggiunge: «I bar non possono avere una cucina e quindi si sono adattati in questo modo, aggiungo che la qualità dei precotti è molto migliorata anche se sarebbe opportuno che comunque venisse segnalata la modalità con cui è stato fatto il piatto». In Borgo Largo c’è un locale che di precotto fa tutto: dalla pizza alle linguine alla scoglio. D’altra parte anche i pochissimi alimentari sono chiusi o fanno orario solo mattiniero così come i banchi della frutta di piazza delle Vettovaglie resistono solo fino all’ora di pranzo. Di pomeriggio ce ne sono solo due. Eppure Pisa si vanta di avere delle eccellenze enogastronomiche. Il problema è assaggiarle.

I franchising. Pisa ha un centro storico piccolissimo. Ma almeno dovrebbe essere storico. A meno che la storicità di un luogo non si definisca solo in base alla vetustà dei suoi palazzi. Corso Italia è invasa dai franchising. «Sì, sono invadenti e dominanti – dice Sbrana – ma hanno una potenza economica mostruosa ed è vero, lo notiamo tutti, Corso Italia è il regno del franchising e non penso che la rotta possa essere invertita nel breve periodo a causa di un piano del commercio che non esiste e non può neppure essere fatto in base alle liberalizzazioni». In tutte le città italiane ed europee ci sono i vari Zara e company. Cosa proporre al turista di nuovo o di originale? «C’è un appiattimento totale di prodotti e di mercanzia – dice Sbrana – e ciò rende molto poco appetibile il centro storico almeno da questo punto di vista dato che gira e rigira, i vestiti sono gli stessi, i prezzi sono gli stessi eccetera».

Leopardi, Byron e la perdita di identità. Il Lungarno Mediceo è stato cantato da Leopardi e Byron vi ha soggiornato. Il poeta americano Dylan Thomas lo ha celebrato per la sua bellezza così come D’Annunzio e Carducci. Oggi, passeggiando per lo stesso lungarno si leggono solo insegne in inglese di bar e pub ed ovviamente il solito minimarket con insegna rossa e scritte in giallo. Un residente del centro storico se si azzarda a fare le persiane di un verde un po’ più chiaro rispetto a quello imposto dalla Sovrintendenza viene redarguito e costretto a seguire i dettami imposti. Ciò non vale per i commercianti. Due dei principali bar del lungarno sono gestiti da cinesi ed è un florilegio di neon e display lampeggianti con scritto “open”. Tutto è immolato sull’altare della movida e del bere fino a notte fonda.

Birra e “shottini”. Da piazza Vittorio Emanuele a Borgo Largo si contano 56 tra pub e bar (di quelli aperti solo anche la notte), una decina di friggitorie, 7-8 piadinerie, negozietti che vendono “coni pizza” ed uno stuolo di minimarket e kebab che ha cambiato letteralmente il volto a via Oberdan e via Giosuè Carducci. «È l’appiattimento di cui parlavo prima – commenta Sbrana – e temo che non ci possa esser un’inversione di rotta perché dal 2008 ad oggi si sono susseguite due liberalizzazioni con effetti mortali». Si può fermare questa deriva? «No – risponde Sbrana –, secondo me è troppo tardi. Forse si doveva fare qualcosa con il piano urbanistico e cioè imporre che i fondi avessero determinate destinazioni d’uso e mi auguro che si metta mano alle legislazioni che sono rimaste incompiute con Comune e prefettura sulla somministrazione di alcolici e che venga rinnovata l’ordinanza sul divieto di aperture di nuovi locali e minimarket nel centro storico».

Intanto, però, è spuntato un nuovo pub in piena piazza Santa Caterina. Tutta colpa di Bersani e Monti? Lo dicono anche dal Comune ma sembra di guardare il dito e non la luna. A Lucca le liberalizzazioni ci sono state così come a Firenze e Siena ma non hanno provocato una perdita identitaria devastante come a Pisa. Basti guardare alle nostre “nuove” edicole del centro storico: piene di Pinocchi (di Collodi), torri pendenti e magneti da frigorifero ed un paio di settimanali buttati per terra.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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