Proteste
Morte in cella, raffica di interrogatori
Ramona era da due giorni sola. È entrata alle 15,30 e dopo tre quarti d’ora l’hanno trovata impiccata alla finestra
PISA. Una raffica di interrogatori per ottenere le risposte alla domanda che, prima dei genitori, sono stati gli inquirenti a porsi un secondo dopo aver ricevuto la notizia della morte in cella di una detenuta di 27 anni. Il quesito al centro dell'inchiesta sul decesso di Ramona Cortese punta a verificare eventuali ipotesi alternative a quella del suicidio che, al momento, in assenza di elementi nuovi che potrebbero emergere dall'autopsia in programma stamani, appare come la causa capace di spiegare un gesto sul quale i familiari nutrono seri dubbi. Per tutelarsi i genitori, Manola e Mario, hanno nominato l'avvocato Sabrina Pollini e un medico legale, Stefano Pierotti di Lucca, che stamani parteciperà all'autopsia condotta dal medico indicato dalla Procura, il dottor David Forni.
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Il primo sopralluogo svolto in cella da parte della polizia penitenziaria e dei carabinieri della scientifica non avrebbe adombrato sospetti su possibili presenze estranee accanto a Ramona nei minuti che hanno preceduto il rinvenimento del corpo. Per i familiari, invece, la 27enne pur nella sua vita complicata, non aveva mai manifestato inclinazioni suicide. "Non sapeva neanche allacciarsi le scarpe, figuriamoci fare un cappio" è il rovello dei genitori. Secondo la famiglia pur nella difficoltà di un'esistenza irrequieta, in cui non era mancata la droga, quella di togliersi la vita era un'opzione irreversibile mai presa in considerazione.
Le indagini, coordinate dal procuratore reggente, Antonio Giaconi, prevedono l'acquisizione delle testimonianze delle detenute (la sezione femminile ha 13 posti letto con bagni a vista) e delle agenti della polizia penitenziaria. Andrà ricostruita la scadenza temporale di venerdì pomeriggio attraverso contatti e incontri avuti da Ramona. La giovane era entrata al Don Bosco il 31 luglio. Era ai domiciliari nella casa dei genitori a Scarlino per un'accusa di stalking e violenza sessuale presentata dalla sua ex compagna. In uno scatto d'ira aveva aggredito la mamma e il Tribunale di Grosseto aveva aggravato la misura cautelare con il carcere. Ad aprile aveva patteggiato 6 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, minacce e danneggiamenti. Non stava passando un buon momento. E la reclusione, nell'ipotesi del suicidio, può aver avuto l'effetto di detonatore di quei malesseri che periodicamente la portavano ad essere violenta con chi le stava vicino.
L'8 agosto la detenuta era stata visitata dallo psichiatra del carcere che non aveva notato anomalie di rilievo sullo stato di salute mentale della giovane. Provata sì, per la condizione in cui si trovava, ma senza trasmettere la sensazione di propositi autolesionistici. La tragedia si è consumata venerdì pomeriggio. Ramona di solito stava fuori dalla cella per le 8 ore di socialità e poi rientrava. Da due giorni era da sola dopo che la sua compagna di camera era stata scarcerata. Nella ricostruzione dei fatti nella vigilia di Ferragosto, la 27enne è entrata in cella alle 15,30. Stando a quanto risulta agli inquirenti nessuno sarebbe entrato in quei metri quadrati con la sola finestra sbarrata come fonte di luce. Alle 16,15 una agente della penitenziaria si è presentata con l'infermiera per la terapia e ha trovato la giovane, esanime, con il lenzuolo stretto attorno al collo con un nodo dozzinale. Era attaccato alle sbarre. Ramona è salita sul muretto sotto la finestra e si è lasciata andare. I piedi non toccavano il pavimento. Il decesso è stato accertato alle 17,02.
Fabio Prestopino, direttore del Don Bosco, è stato subito informato della morte. «È un suicidio che mi ha colpito perché inaspettato - spiega -. Nella mia carriera ho avuto modo di affrontare diversi suicidi. Ma questo mi ha turbato in maniera particolare per la fragilità della persona e, soprattutto, per la sua giovane età».
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