Il Tirreno

Pisa

Quell’anfiteatro fantasma

di Mario Neri
Quell’anfiteatro fantasma

Spesi 1,2 milioni per la “Versiliana” del Calambrone. Non è stata mai utilizzata

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PISA. Potrebbe sembrare uno scalo nel nulla, una stazione perduta in una steppa marinara. E ora, quasi quasi, sembra perfino di sentirlo arrivare il treno e infilarsi fra le quinte di marmo e travertino. In fondo non c'è niente che lo racconti per quello che è: non le 850 poltroncine per gli spettatori, non i poster con il programma degli spettacoli e i nomi degli artisti, non il sipario, i registi o i truccatori che avrebbero dovuto fare di questo posto una piccola «Versiliana del litorale».

Tutto, dalle recinzioni all’emiciclo bianco, sembra avere un’aria precaria e abbandonata. Per questo potrebbe sembrare qualsiasi cosa l’anfiteatro del Calambrone, un incompiuto o un abbaglio progettuale. Certo, la località rivierasca è sempre stata la più pop e trasandona, la provincia profonda del mare, il West rivierasco. Solo che nel vuoto metafisico del West, quello vero, seppure sembri non esserci niente, nulla manca mai davvero. Qui invece manca tutto. Anche la dignità. Dovrebbe rimordere il cuore a chi ha voluto intitolare la via a Fabrizio De André. Senza contare che su questo abbaglio si sono spesi molti soldi pubblici, 1 milione e 200 mila euro. E appena cinque anni fa.

Rimasto nascosto per oltre 50 anni, nel 2008 il teatro costruito negli anni Trenta per non far mancare ai figli dei «fascisti italiani all’estero» un po’ di propaganda durante le vacanze nelle colonie viene ritrovato in un bosco di canneti, pini e fronde selvatiche alle spalle del vecchio Ospedale degli Americani. In due anni la giunta Filippeschi prepara e realizza un piano di recupero: 780mila euro dalla Regione e il resto dal Comune. I 1.700 metri quadrati del’area, i 130 del palco, gli 815 di pavimenti rossi della platea vengono annunciati come il nuovo cuore pulsante degli eventi per la costa.

«Bah, io sono qui dal 2011 e ricordo appena due date - racconta Marco Pucci, che abita in uno dei palazzi di fronte - Un solista al piano e poi i New Trolls. I New Trolls al Calambrone, si immagina!». Piccolo gioiello dell’architettura razionalista, oggi questa arena abbagliante sembra un monumento allo spreco. Il signor Pucci dice di averci comprato casa proprio perché pensava che la presenza del teatro all’aperto avrebbe convinto la politica a migliorare il quartiere. Dal terrazzo invece non vede che questo scalo perduto e quel che ne resta.

Cioè l'erbaccia che cresce dappertutto, fra la ghiaia che circonda l'arena, rovi e sterpi che invadono i marciapiedi del parcheggio, e c’è il solito triste corollario di rifiuti e sporcizia: bottiglie di plastica, cartacce, escrementi di cane sul prato riarso e spelacchiato che costeggia la recinzione. I cancelli di ingresso sono allucchettati, un unico cartello avverte che l'«area è video sorvegliata» ma nessuna indicazione sulla storia e la funzione dell’anfiteatro.

Anche perché una funzione vera, da quando è (o meglio: sarebbe) rinato, non l’ha mai avuta in mezzo ai palazzoni, il campeggio, i campi. «Non ci sono bagni, spogliatoi, un bar, neppure un deposito. Come fa a decollare un teatro senza servizi? - chiede il signor Pucci - Così è finita come al solito: i ragazzini ci vengono con lo skateboard, di notte è un rifugio per i drogati. Non lo sfruttano più perché, dicono, è preciso preciso sulla rotta degli aerei in atterraggio al Galilei. È una scusa: in realtà si sente un rombo di dieci secondi al massimo tre volte a sera. Ma non ci son stati versi, non si sono convinti a spenderci più soldi. E quello che vedete è tutto ciò che resta».

Ad ogni acquazzone o temporale, poi, il campo si allaga. «Servono bar, bagni e magari un’area parcheggio più ampia, è vero - dice Andrea Serfogli, oggi assessore al bilancio, cinque anni fa ai lavori pubblici e titolare del progetto di riqualificazione - Cercheremo di trovare le risorse per il prossimo anno, almeno 350-400mila euro. Non sarà facile, ma più difficile ancora sarà riuscire a trovare un privato che sia disposto a gestire l’area e ad organizzarci una stagione».

«Tutto il Calambrone è trascurato - dice il signor Pucci - guardi i ruderi dell’ospedale americano, sembrano bombardati». E non sono i soli. Va bene che fino a quindici anni fa questa colonia marina poteva sembrare una periferia polacca. «Negli anni - racconta Gianni, alla tabaccheria di via Tirreno - si sono messi al lavoro, ma c’è ancora tanto da fare». Per ora l’architettura razionallista non ha nulla di razionale. «Ripartire dall’anfiteatro magari ci fa uscire dal West».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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