Il Tirreno

Pisa

Riciclaggio, archiviazione per Covarelli

di Pietro Barghigiani

Stessa sorte riservata a De Megni. L’ex presidente del Pisa fu arrestato nel marzo 2014. Posizione ancora aperta per Pomponi

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PISA. Non sapevano che i soldi finiti sui loro conti, attraverso bonifici da banche estere, provenissero da fondi sottratti da un maxi-fallimento.

Ignari dell’origine illecita del denaro, il già presidente del Pisa, Leonardo Covarelli e l’ex suocero Dino De Megni, sono usciti con un decreto di archiviazione dall’inchiesta che nel marzo 2014 li portò agli arresti domiciliari per riciclaggio.

Lo ha deciso il gup del Tribunale di Perugia con un pronunciamento che ha accolto le richieste del pubblico ministero. In poco più di un anno la sorte processuale di Covarelli e De Megni, assistiti dall’avvocato Gianni Spina, è stata definita dopo lo stralcio su Perugia e Roma delle indagini coordinate dalla Dda di Napoli. E all’orizzonte c’è una causa per richiesta danni nei confronti dello Stato.

Gli arresti. Furono sei gli arrestati nel marzo 2014. Le posizioni dei quattro rimasti nell’inchiesta sono ancora pendenti a Roma e riguardano Cristina Lo Sole, Umberto Flesca Previti, Antonio Aceti e Luca Pomponi, anche lui al vertice della società nerazzurra dal 2008 al 2009 dopo averne preso le redini proprio da Covarelli (2005-2008).

Le accuse mosse ai sei erano di riciclaggio di denaro, false fatture e reimpiego di soldi di provenienza illecita. Denaro utilizzato per il tentato acquisto della clinica napoletana Ruesch (quote per 250.000 euro) e proveniente dal fallimento della San Pio sas, società romana che operava nel settore alberghiero (fallimento da 108 milioni di euro).

L’archiviazione. Si legge nel decreto di archiviazione: «Ritenuto che alla luce della complessive emergenze in atti (vedasi segnatamente le dichiarazioni rese dagli indagati in sede di interrogatori e la documentazione da costoro prodotta successivamente all’adozione nei loro confronti da parte dell’autorità giudiziaria di Napoli della misura cautelare degli arresti domiciliari) deve concordarsi con la valutazione espressa dal pm circa l’inidoneità del compendio probatorio a sostenere l’accusa in giudizio, con particolare riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato ipotizzato; ritenuto quindi che la richiesta avanzata dal pm debba trovare accoglimento, per questo motivo dispone l’archiviazione».

Richiesta danni. L’avvocato Spina estrae il senso del decreto: «Gli indagati non potevano sapere che quanto a loro legittimamente versato fosse di provenienza illecita. Abbiamo documentato i passaggi di denaro spiegando i motivi per i quali sono stati ricevuti i soldi».

Il legale annuncia una causa per ingiusta detenzione con risarcimento dei danni.

«I miei clienti non avevano alcuna responsabilità – spiega l’avvocato –. Sarebbe bastato svolgere alcune indagini prima degli arresti. È stato sufficiente presentare documenti e fornire spiegazioni in sede di interrogatorio per chiarire ogni aspetto. Se queste verifiche fossero state fatte prima dagli inquirenti, De Megni e Covarelli non sarebbero mai stati coinvolti nell’inchiesta. Ed è per questo che faremo causa allo Stato per ingiusta detenzione».

Le società. Il fronte pisano delle indagini ha riguardato Covarelli e Pomponi e le due società immobiliari delle quali gli ex presidenti, e anche De Megni, sono stati legali rappresentanti. Sono la New Glen srl e la Iniziativa 2003, in fallimento, di Pomponi a cui era intestata la villetta di via Montanelli 236 del valore di 400.000 euro finita sotto sequestrato nel blitz del marzo 2014. La Iniziativa 2003 era la società che rilevò dalla Mas il pacchetto societario del Pisa Calcio per 5 milioni di euro. La New Glen srl è stata amministrata da De Megni, subentrato a Covarelli dal 23 aprile del 2008 al 15 marzo del 2011. Per l’accusa le due società avrebbero ricevuto dall’estero i soldi sottratti dal fallimento della San Pio Sas svolgendo un’attività di riciclaggio nell’operazione di acquisto della clinica privata napoletana. Un’ipotesi che per De Megni e Covarelli il giudice ha ritenuto infondata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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