Il dolore
Botte all’arbitro, dirigente-ultrà sospeso per un anno e mezzo
Dopo il Daspo, a carico del genitore arriva la seconda mazzata: l’assalto dopo l’espulsione del figlio Il Tribunale federale: «Pessimo esempio per i giovani atleti, discredito nel movimento calcistico»
PISA. Pessimo esempio per i giovani atleti. E anche causa di discredito per il mondo del calcio.
Dopo il Daspo di 5 anni arriva la sospensione di 18 mesi da parte della Figc per il genitore, nonché tesserato della locale società, che aggredì l’arbitro “colpevole” di aver espulso suo figlio dopo un contrasto duro con un avversario. Uno strascico di quel brutto episodio avvenuto il pomeriggio del 3 gennaio sul campo a Pontedera della società Asd Stella Azzurra, che prese subito le distanze dal suo dirigente accompagnatore, nell’incontro con il Porta a Lucca nella categoria Giovanissimi.
Genitore-ultrà. Nella sua istruttoria la Procura federale non risparmia critiche a Giuseppe Fazzina, protagonista di un assalto da ultrà con tanto di pugno in volto all’arbitro, residente a Pisa. Il pentimento postumo del genitore-dirigente, accompagnato dalle scuse, non ha spostato di una virgola il giudizio della Figc nel condannare un comportamento aggravato dal contesto in cui è maturato, quello di baby calciatori che prima di pensare a vincere devono essere educati ai valori dello sport. Con quel gesto Fazzina non solo ha fatto perdere a tavolino l’Era Calcio, ma ha costretto la società a risarcire i danni all’arbitro, oltre a dover pagare un’ammenda. Nell’infliggere l’inibizione di 18 mesi al genitore-dirigente, il Tribunale federale territoriale ha sospeso il provvedimento nei confronti della Stella Azzurra in attesa di poter esaminare la proposta di patteggiamento tra Procura e società.
L’aggressione. L’ira di Fazzina fu accesa dal cartellino rosso imposto al figlio e all’avversario del Porta a Lucca, i quali, dopo un contrasto, si era spintonati. All’espulsione il genitore reagì scavalcando la recinzione del campo di gioco per poi colpire al volto il direttore di gara procurandogli lesioni giudicate guaribili al pronto soccorso in tre giorni. Le contusioni avevano riguardato anche i denti. La questura a febbraio ha notificato un Daspo per 5 anni al dirigente.
«Fatto grave». «Si rileva che il fatto è grave perché è avvenuto nell'ambito del campionato Giovanissimi ovvero di uno di quei campionati destinati a formare gli atleti e comunque per prepararli ad inserirsi nel contesto sociale di domani – si legge nell’atto di deferimento –. Non è certo un esempio etico quello che un dirigente federale può dare a questi giovanissimi (infraquattordicenni) allorché, a fronte di un contrasto fisico, sia pure duro ma che comunque fa parte del gioco, si precipiti, scavalcando la rete di recinzione del campo per usare violenza al direttore di gara reo solo di aver espulso - a norma di regolamento - due calciatori (uno per parte) che, dopo un contrasto e lontano dal gioco in svolgimento, si spintonavano affrontandosi testa contro testa».
La difesa. Da quello che emerge dalle carte il tentativo di giustificarsi di Fazzina è stato un rimedio peggiore del male. Scrive il Tribunale federale: «Assolutamente inaccettabile e infondata l'affermazione a difesa resa in istruttoria con la quale si definisce l'accaduto:" … ho dato con le mani una piccola spinta sul petto dell'arbitro. Tanto che i cartellini che aveva in mano sono caduti in terra e lo stesso arbitro è rimasto in piedi, indietreggiando." Non viene infatti in alcun modo spiegato come per effetto di tale lieve contatto il direttore di gara abbia potuto subire danni all'apparto dentario. La peculiarità dell'accaduto e le motivazioni che di esso il Fazzina fornisce rendono irrilevanti sia il pentimento postumo che le scuse "condite" con un inopinato invito a casa a prendere un caffè».
Periodo per riflettere. La chiusa finale è un monito rivolto a chi, tra i tesserati, trasforma i campi di calcio in arene per combattenti: «È bene che tale tipo di dirigenti abbia a disposizione un lungo periodo di tempo per riflettere sul pessimo esempio fornito ai giovani atleti e soprattutto sui danni a terzi che il comportamento di ciascuno può provocare, non potendosi prescindere dal fatto che esso costituisce, inoltre, causa di discredito per il movimento calcistico».
Pietro Barghigiani
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