Sicurezza
Vittima della mafia il nonno di un teste del caso Ragusa
Cerimonia a Palermo con invito al nipote Filippo Campisi. «Dopo l'omicidio, mio padre fu costretto a emigrare a Pisa: nessuno lo faceva lavorare»
SAN GIULIANO TERME Sapeva che il nonno era stato ucciso. Gli sfuggivano i dettagli. Li ha appresi solo ora, a 63 anni dall'omicidio. E ha scoperto che quel delitto portava la firma della mafia. Ma non solo quello. È una storia che lega il Comune di Caccamo (Palermo) a Gello di San Giuliano quella che vede protagonista, Filippo Campisi, 51 anni, vigile del fuoco. Il suo nome è noto alle cronache come uno dei testi dell'accusa nell'inchiesta sulla scomparsa di Roberta Ragusa, l'imprenditrice di Gello di cui non si sa più nulla dalla notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.
Una testimonianza che Campisi si è trovato a gestire con una prudenza iniziale filtrata attraverso un esposto anonimo. Poi ha raccontato agli inquirenti di avvistamenti e urla di donna nella notte dell'uscita di scena di Roberta. Nella giostra della vita il destino è tornato ad occuparsi di lui. Stavolta è il passato della sua famiglia che diventa testimonianza di un impegno civile che non era mai stato messo a fuoco da Campisi. È successo che la Cgil di Palermo abbia deciso di rendere onore a quei sindacalisti caduti per mano della mafia. Facendo ricerche su Filippo Intili, ucciso da Cosa Nostra il 7 agosto 1952, il sindacato ha ricollegato i legami familiari contattando gli eredi per un tributo alla memoria del battagliero sindacalista morto a 51 anni. E così sono arrivati a Filippo Campisi e ad altri nipoti.
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Nel cimitero di Caccamo il sindaco e i responsabili della Cgil palermitana hanno dedicato una cerimonia al nonno di Campisi. Un cippo è stato collocato dove Intili fu fatto a pezzi in una montagna sopra il paese a colpi di ascia. La sua colpa era quella di combattere con i latifondisti per far aver ai contadini quello che la legge prevedeva nella distribuzione delle terre. «I particolari sulla storia di nostro nonno li abbiamo appresi solo adesso - spiega il vigile del fuoco -. Ora, a 51 anni, ho realmente capito perché viviamo a Pisa e perché la nostra famiglia tanti anni fa è dovuta scappare da Caccamo. Mio padre, che era un contadino come il nonno, dopo la sua uccisione non trovava lavoro. La mafia non lo faceva lavorare».
Ai familiari del sindacalista e iscritto al Pci, non fu concesso nessun risarcimento. In loro soccorso intervennero soltanto alcuni dirigenti del partito. Dopo quell'omicidio vendettero tutto e si trasferirono a Pisa, lasciando per sempre Caccamo. La ceri monia voluta dalla Cgil riconcilia i discendenti del sindacalista con la loro terra d'origine.
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