Sicurezza
Giuseppe, ultimo mastro d’ascia in lotta con la burocrazia
Di Frassi, 54 anni, la firma sulle imbarcazioni che solcano Arno e mare. «L’Ente parco mi nega il permesso a lavorare»
PISA. «Ho i calli alle ginocchia come fossi un prete». Giuseppe Frassi, 54 anni, è tra gli ultimi maestri d’ascia in attività. In ginocchio su trucioli e segatura con il secchio della calafatura che ribolle, ha fatto delle querce delle nostre colline, chiglie e prue di imbarcazioni che hanno solcato l’Arno ed il mare. Frassi conosce il legno e conosce l’acqua sia essa dolce di fiume che salata. «Sono figlio d’arte, mio padre, mio nonno ancora prima, e suo fratello Leo mi hanno insegnato il mestiere ad Uliveto Terme, Sott’Arno come si diceva». Erano i primi anni del Novecento e «mio padre col suo mestiere ci ha tirato su una famiglia con tre figli». Oggi, però, Frassi non ha nessuno a cui trasmettere il suo mestiere, che purtroppo è diventato saltuario. «Quando ho delle commesse lavoro sette giorni su sette ma non ci sono ordini sufficienti per farmi stare tranquillo».
Negli anni infatti, è stato preso l'abbaglio di demonizzare la marineria da diporto per confermare agli occhi dell'opinione pubblica le politiche di rigore e di tagli ai bilanci pubblici, non capendo che si stava semplicemente dando un colpo di ascia a migliaia di posti lavoro “sani” che coniugano artigianalità, maestria e creatività, tutte caratteristiche del saper fare italico.
I maestri d’ascia più famosi vengono dalla Liguria e dalla Sardegna . «Non mi sono mai confrontato con altri maestri, a quell’epoca, quando c’era ancora mio nonno, il mestiere lo si imparava in Arno e basta, noi facevamo barche fluviali di cinque, sei metri con un piccolo capanno a Limite sull’Arno. Al massimo si andava in segheria a Santa Maria a Monte a scegliere il legname».
Pialla, ascia, sega, cartavetra e padellini per la calatafura sono gli strumenti del mestiere di Frassi. «Nessun macchinario moderno li sostituirà mai così come l’occhio del maestro d’ascia che deve capire, intuire le proporzioni da dare al fasciame», dice con il giusto orgoglio Frassi. In realtà il maestro d’ascia deve anche studiare; non bastano le sue mani, la sua esperienza a far nascere e vivere scafi dalle linee superbe e dalle qualità nautiche eccezionali. Non si tratta solo di un mestiere ma di una vera professione contemplata dall'articolo 117 del Codice della Navigazione e, nel Regolamento per l'esecuzione del Codice della navigazione, si specifica quali siano i requisiti necessari per poterlo esercitare.
Tra le altre cose, per poter praticare il mestiere di maestro d'ascia, occorre aver lavorato per almeno trentasei mesi, in qualità di allievo maestro d'ascia, presso un cantiere o uno stabilimento di costruzioni navali. «E non solo ma poi, si deve fare anche un esame presso la capitaneria di porto ed io l’ho superato in quella di Livorno dopo essere stato interrogato da un ingegnere civile, un ammiraglio e dal responsabile della capitaneria di porto». Per la legge italiana questo professionista (relegato dal mercato degli ultimi anni in un ruolo da semplice restauratore navale), può costruire e riparare navi e galleggianti in legno di stazza lorda fino a 150 tonnellate.
L’ultima creatura fatta da Frassi è una imbarcazione di 12 metri proveniente dai Cantieri Eraldo Forno di Santa Maria Ligure e venduta ad un pisano. «L’ho praticamente rifatta di sana pianta ed è emozionante rimettere in mare una barca del 1971 con scafo di legno massello di mogano». E proprio questa emozione, costata ben 5mila ore di fatica, fa dire a Frassi che nonostante le difficoltà «questo mestiere va fatto, va continuato tra i più giovani perché è comunque un saper lavorare il legno dandogli un disegno che si ha in testa».
Se nel nostro Paese è a rischio estinzione il mestiere del maestro d’ascia, Frassi è costretto a guardare un orizzonte più limitato perché anche la sua attività quotidiana è a rischio perché è più facile piegare una quercia che dipanare le scartoffie cellulose della burocrazia. «Ho comprato all’asta un terreno demaniale in zona San Piero a Grado, lungo l’Arno, ma l’Ente parco mi ha vietato di svolgere la mia attività. Il perché sta in decine e decine di carte che sinceramente non riesco a districare». Fatto sta che Frassi è costretto ad appoggiarsi ad altri rimessaggi per continuare la sua attività che dovrebbe essere protetta come lo sono gli alberi più preziosi del nostro Parco.
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