Il dolore
Dal murale di Keith Haring al parcheggio multipiano
Numerosi gli eventi che hanno visto protagonista piazza Vittorio Emanuele a partire dall’Ottocento quando fu realizzata da Cesare Zocchi la statua del re
PISA. Se i romani con affetto considerano il Colosseo una grande rotonda spartitraffico, non suoni blasfemo regolare la viabilità di via Benedetto Croce e altre importanti arterie cittadine girando intorno alla statua di Vittorio Emanuele II. Anzi, la forma dei palazzi intorno alla piazza se non è studiata per quello, quantomeno ne favorisce la funzione. Ci si fosse fermati lì, oggi saremmo tutti felici e contenti. Invece un giorno si decise di costruire un grande parcheggio sotterraneo sotto il regale bronzo. E cominciarono i problemi. La foto di piazza Vittorio è la penultima uscita (23 su 24) della collana “Pisa di notte”, in regalo oggi con “Il Tirreno”. In ogni stampa c’è uno scatto di Fabio Muzzi e un commento di Marco Barabotti.
Il parcheggio. Circa dieci secoli fa i pisani costruirono il campanile del Duomo e si accorsero che il terreno umido sprofondava: gli architetti di allora non passarono giorni rilassati, ma la Torre inclinata oggi è famosa in tutto il mondo. Chissà che successo avrà il parcheggio sotterraneo tra mille anni! Intanto però bisogna fare i conti con i problemi: doveva essere un’opera lampo (425 giorni) che dava lustro all’area intorno e alla città tutta. Non è andata proprio in quel modo: anni di lavori fino al 2009 e la rinuncia a uno dei quattro piani previsti nel progetto iniziale hanno provocato il conseguente ridimensionamento dei posti auto disponibili. Il motivo di questi ritardi sta in una parola e due aggettivi: sorprese archeologiche e geologiche; rispetto ai piani originali, le forze della natura (infiltrazioni d’acqua) e quelle della storia (ritrovamenti storici sotterranei) hanno fatto saltare tutto. La ditta chiese i danni al Comune per 14 milioni e forse in futuro si chiuderà a meno di 3 milioni, già accantonati sul bilancio.
La statua. La raffigurazione di Vittorio Emanuele fu inaugurata nel 1892 dopo averne affidato l’esecuzione al fiorentino Cesare Zocchi, allora artista tra i più in voga. Ma non riscosse un grande successo perché sembra che la statua rappresenti «un carrettiere bracalone appena uscito dall’osteria». La lezione che allora se ne trasse (ma che ha riverberi d’attualità) è che fama e merito non sempre vanno di pari passo. Ben altra accoglienza ricevette il re in carne e ossa: nel marzo 1860 il Governo provvisorio toscano promosse un plebiscito popolare in cui si invitava a scegliere se unirsi alla monarchia costituzionale dei Savoia; nella prefettura di Pisa il 96% dei votanti sostenne l’annessione del Granducato di Toscana alla monarchia, creando le basi per l’unificazione della penisola e la formazione del Regno d’Italia. In segno di gratitudine il 20 aprile 1860 Vittorio Emanuele venne in visita ufficiale a Pisa, salutato con un colpo di cannone, una luminaria speciale, un palio remiero e una sfilata storica in costume. Per ovvi motivi, il vescovo (papista) di Pisa, Cosimo Corsi, non gradiva: rifiutò ogni incontro e la celebrazione di una messa in onore del re.
La piazza. Il bronzo resta imponente al centro di una piazza nata nel 1861 come collegamento tra la stazione ferroviaria e via del Carmine, che oggi è stata ribattezzata corso Italia. E fu un evento urbanistico dirompente per tre motivi: il terminal ferroviario fu posto nella posizione attuale, mentre fino a quel momento c’era stata la stazione Leopolda; fu necessario abbattere un buon tratto di mura medievali; la viabilità fu stravolta. Tra i palazzi che circondano l’area vanno menzionati gli edifici in stile neo-medievale con facciata concava e loggiato, costruiti negli anni Trenta in epoca fascista: oggi sono i palazzi della Provincia e delle Poste. E va ricordata la chiesa di Sant’Antonio Abate in Qualquonia, fondata nel 1341 e distrutta dai bombardamenti del 1943: ricostruita secondo le fattezze che aveva nell’Ottocento è diventata celebre in tutto il pianeta perché ospita il più grande murale a cielo aperto e permanente del mondo.
Keith Haring. Lo realizzò nel giugno 1989 l’artista newyorkese, invitato a Pisa dal pontederese Piergiorgio Castellani, allora studente, oggi affermato imprenditore. Haring realizzò il murale poco tempo prima di morire di Aids. Sono state scritte enciclopedie sull’opera, la malattia in corso, gli sponsor; e non saranno mai abbastanza. Quello che i libri non riusciranno a ricostruire e descrivere è il clima di festa che per quattro giorni coinvolse una città intera: gente che ballava e colorava, spensieratezza e felicità di vivere. Passarci tra mille anni scatenerà ancora una lacrima di riconoscenza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
