Il dolore
Quel monastero del Duecento trasformato in foresteria
È una storia che si snoda attraverso i secoli e arriva fino ai giorni nostri quella del complesso delle Benedettine comprato nel 2009 dal gruppo Madonna
PISA. Un edificio, che ha ospitato più tipologie di persone di quante ne passino in un albergo, era normale che finisse per diventare una struttura ricettiva: stiamo parlando dell’attuale Foresteria dell’Università di Pisa, un tempo monastero delle Benedettine e stampa numero 19 della collana “Pisa di notte”, in omaggio il 16 giugno con “Il Tirreno”: ogni scheda riporta una foto di Fabio Muzzi e un commento di Marco Barabotti.
La storia recente. Solo nell’ultimo secolo l’ex convento ha cambiato innumerevoli destinazioni d’uso: nel 1912 il Comune trasformò il monastero in dormitorio pubblico; in seguito le strutture ospitarono l’azienda degli acquedotti civili, la caserma dei carabinieri, le case degli impiegati comunali e infine magazzini. Negli anni Sessanta le monache cercarono di ottenere nuovamente l’edificio, che però fu acquisito nel 1973 dalla Cassa di Risparmio di Pisa. La quale avviò una ristrutturazione terminata nel 1978 e ne fece sede di rappresentanza, con caveau. Non è finita: nel 2009 il gruppo Madonna per una cifra vicina a 15 milioni acquista il complesso dalla Realestate, una società immobiliare della Banca Popolare di Lodi (che nel frattempo ha comprato la Cassa). E l’immobile diventa sede amministrativa e strategica del gruppo; è talmente grande che l’Ateneo si prende 1.900 metri quadri (su tre piani) e ci fa un residence destinato a professori, studenti e convegni internazionali, ma con tanto di recensioni su Trip Advisor e la possibilità di prenotare online.
La foresteria. La struttura ricettiva conta al suo interno 44 camere tra singole, singole con letto alla francese, doppie e matrimoniali, dotate tutte di bagno privato, connessione internet (Lan), schermo Lcd da 32 pollici e per la maggior parte di angolo cottura. Alcune camere, per la loro metratura, pur essendo classificate come doppie, possono considerarsi dei veri e propri piccoli appartamenti. L’inaugurazione c’è stata il 22 ottobre 2014 e l’Università con un bando ha affidato per cinque anni la gestione dell’impianto al “Consorzio Le Benedettine”, formato dalle società cooperative Ballarò di Palermo e Manutencoop di Pontedera.
E le suore? Lasciamo che del passato religioso parli una banca (il che è tutto dire): infatti nel 1979 la Cassa di Risparmio di Pisa finanziò un bellissimo volume che voleva rendere omaggio alla storia del luogo. In edizione limitata e oggi quasi introvabile, quel testo ci racconta che il monastero si sviluppò agli inizi del 1200 e le consorelle, provenienti da famiglie patrizie, erano accomunate da una vita di «meditazione e rinuncia». Inizialmente il centro devozionale era la chiesa di San Paolo in Ripa d’Arno e solo nel 1393 iniziò la costruzione della chiesa di San Benedetto. Presso il monastero molte donne «ricevettero una solida cultura». Dal Seicento la comunità divenne sempre più indipendente. Il periodo di crisi iniziò nel 1808 con l’epoca napoleonica, quando le monache furono costrette ad abbandonare il monastero, sottoposto a «innumerevoli spoliazioni». Sotto il Granducato di Toscana, pagando, le suore riottennero l’edifico e nel 1850 fecero eseguire la splendida facciata neogotica con decorazioni in terracotta oggi visibile. Nel 1866 arriva però il declino con l’annessione al Regno d’Italia: confisca dei beni e chiusura della chiesa di San Benedetto.
Soldi e dintorni. L’elemento denaro, come è evidente, non è del tutto secondario. E tra i tanti episodi ad esso legati, due meritano attenzione. In primo luogo, la «maggiore soddisfazione» (così nel libro) delle benedettine derivò da una causa vinta nel 1424 contro Giovanni di Domenico, abate vallombrosano di San Paolo, che dovette risarcire «144 staiora di grano», essendo venuto meno al contratto stipulato con Tommasa Gambacorti, patronessa della collettività femminile. Uno staio in Toscana valeva 24,36 litri. Essendo il grano insufficiente, il debito dei monaci fu saldato cedendo alle monache sette case di proprietà. Il secondo episodio: fino a qualche anno fa, i locali delle Benedettine ospitavano anche gli uffici del Monte di Pietà, di cui si scorge ancora la targa sul retro.
Finale? «C’eravamo quando siete arrivati e ci saremo ancora quando ve ne sarete andati», disse un’editrice americana ai Kennedy che non amavano i giornalisti. La storia è fatta di uomini che passano; le Benedettine restano. E domani scopriremo chi sono i nuovi “ospiti” di passaggio.
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