Sicurezza
Leopardi cantò i lungarni più belli di quelli di Firenze
In città il poeta compose “A Silvia” e del nostro lungofiume parlò alla sorella in una lettera: «Non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta»
PISA. Chissà cosa direbbe oggi Giacomo Leopardi vedendo un qualunque lungofiume italiano, ridotto a strada di traffico a scorrimento veloce. Proprio lui che del lungarno di Pisa aveva scritto: «Mi piace assai più di quel di Firenze (…), non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta». In verità i lungarni di Pisa un po’ si salvano dal destino cui la dittatura delle automobili li hanno costretti altrove; e sono rappresentati nella foto numero 18 della collana “Pisa di notte”, in regalo con “Il Tirreno” del 15 luglio: ogni stampa contiene un’immagine scattata da Fabio Muzzi e un commento di Marco Barabotti.
Il poeta di Recanati. Leopardi dimorò a Pisa dal 9 novembre 1827 al 10 giugno del 1828: il mite inverno trovato in città produsse un miglioramento nelle sue condizioni di salute, permettendogli di tornare alla poesia. A Pisa il poeta compose infatti alcuni dei suoi canti più importanti, come “A Silvia”. La frase citata all’inizio (riportata su un’epigrafe in lungarno Pacinotti) è una delle tante lettere scritte alla sorella Paolina; ce ne sono alcune che smentiscono la fama di depresso, come quella del 25 febbraio 1828: «Vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti (…) In materia d’immaginazione mi pare di esser tornato al mio buon tempo antico». L’incanto venne spezzato dalla notizia della morte del fratello il 4 maggio, motivo per cui Leopardi preferì tornare nel luogo natìo. Nel novembre 2012, l’amministrazione civica ha intitolato al poeta di Recanati il tratto del Lungarno che va dalla via Aurelia alla Cittadella.
Vita pulsante. Restiamo nell’Ottocento, in cui i lungarni vivono il loro momento di gloria: dal primo al 15 ottobre 1839 si tenne il Primo congresso degli scienziati italiani in alcuni edifici dell’attuale lungarno Pacinotti. Emilia Daniele, curatrice del libro “Le dimore di Pisa” (Alinea, 2010), scrive un gustoso aneddoto: «Carlo Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone e zoologo di fama internazionale contattò nel 1838 il Granduca di Toscana Leopoldo II perché concedesse la città di Pisa come sede del congresso. Il sovrano per i “sospetti che queste iniziative unificatrici suscitavano” acconsentì a condizione che fossero bandite le scienze morali e la politica, mentre il Duca di Modena, il Re delle Due Sicilie e il Papa imposero il divieto ai propri cittadini di recarsi a Pisa. Il congresso si svolse senza tumulti o scandali, con un imponente dispiegamento di polizia e servizi segreti. Fu a Pisa che dunque per la prima volta circa 421 scienziati provenienti da tutta Italia fecero apparire unito ciò che era invece diviso, ovvero l’Italia preunitaria».
L’oro dei palazzi. D’oro non è solo in senso metaforico il periodo ottocentesco, ma pure il colore dei palazzi che si affacciano sul fiume. Il cosiddetto “giallo pisano” è diventato un brand e i regolamenti edilizi del Comune lo prescrivono con tanto di definizione cromatica. Poche le eccezioni, tra cui Palazzo alla Giornata (sede del Rettorato) e il caffè dell’Ussero, che ha la facciata gotica completamente decorata con elementi in cotto e simboli araldici. È l’unico palazzo abitato a Pisa senza citofono: la Soprintendenza non ha voluto toccare un luogo di architettura, ma anche di storia. Solo per citare uno dei tanti frequentatori di quel ritrovo di intellettuali, nel 1856 vi festeggiò la propria laurea in “Belle lettere” Giosuè Carducci. E nel 1899 nella sala dei biliardi del Caffè ebbero inizio le prime proiezioni di uno dei più antichi cinema italiani, trasferitosi nel retro del palazzo Agostini nel 1905 e battezzato “Primario Cinematografo Lumière”.
Lato di mezzogiorno. I lungarni sono interamente percorribili in senso orario e solo in alcuni tratti sono anche a doppio senso. Le ztl e altri limiti ne hanno fatto un circuito museale (con i tanti centri che vi si affacciano) piuttosto che un circuito di Formula 1, come avviene in altre città. Per par condicio un episodio dall’altra sponda del fiume. Nel 1944 i bombardamenti distrussero quasi completamente palazzo Pretorio e la torre dell’orologio che recava la scritta “tempo medio locale”. Nel 1953 l’edificio venne ricostruito. Durante la Luminara il fatto viene rievocato attraverso giochi pirotecnici: nelle scorse edizioni una nube di fumo si alzava dalla torre dell’orologio “in fiamme”, mentre nel 2015 sono state piazzate delle fontane sul balcone del palazzo.
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