Sicurezza
Dai romani ai giorni nostri le terme sfidano i secoli
Tra i personaggi che nel corso del tempo hanno valorizzato San Giuliano si ricordano Matilde di Canossa e il granduca Pietro Leopoldo di Lorena
SAN GIULIANO. Parlare di San Giuliano senza parlare di terme o viceversa è impossibile: la storia della cittadina è intrecciata con quella dello stabilimento da secoli. E, per complicarci la vita, infiliamo anche la vicenda dei cosiddetti Bagni di Nerone a Pisa.
La stampa con le Terme di San Giuliano è la numero 17 della collana “Pisa di notte”, oggi in omaggio con “Il Tirreno”: ogni scheda dell’iniziativa editoriale contiene una foto scattata da Fabio Muzzi e un commento di Marco Barabotti.
Romani e dintorni. La necessità aguzza l’ingegno, dice il proverbio. Infatti i romani erano grandi ingegneri, però anche un po’ troppo comodi. Per non percorrere i quasi undici chilometri che separano il centro di Pisa da quella che oggi si chiama San Giuliano, decisero di costruire un acquedotto che portasse l’acqua termale vicinissimo all’area che dieci secoli dopo sarebbe diventata piazza dei Miracoli: allora nel 92 d.C. cominciò la costruzione di un’imponente opera, l’acquedotto di Caldaccoli, nome contratto della località che in romano si chiamava “Calidae acquae” (cioè acque calde, viva la fantasia!). Imponente perché le tubature erano doppie, visto che l’acqua trasportata era calda (nella parte interrata) e fredda (in superficie). Di quell’acquedotto, oggi restano in tutto solo otto archi e il “terminal”, cioè i Bagni di Nerone. Gli abitanti successivi di Pisa erano meno pigri e le terme vere si svilupparono.
Ci si mette la geografia. Tuttavia la zona delle terme e del centro storico sorge sul passo che collega Pisa e Lucca. A insidiare le sorti dello stabilimento, pertanto, arrivò la rivalità tra le due città: la Repubblica Pisana aveva come confine proprio San Giuliano e Ripafratta, che diventarono più vedette settentrionali che ameni luoghi di relax. Esaurita la pratica con Lucca e stabilita la supremazia di Pisa, nel 1112 la contessa Matilde di Canossa restaura radicalmente le Terme. Ma, altro proverbio, la fortuna è cieca, mentre la sfiga ci vede benissimo. Siamo al 1406 e stavolta arrivano i fiorentini, che fanno il giro largo per conquistare la città della Torre e passano proprio dal castello fortificato di San Giuliano: a quei tempi non c’erano tanti riguardi per i monumenti e gli uomini di Firenze pensano bene di distruggere il castello, coinvolgendo anche le terme. E per finire l’opera, la mancata manutenzione dei fossi di scolo di una zona tendente all’impaludamento, un’epidemia di peste prima (1630-32) e di tifo poi (1648-49) sembrano dare il colpo di grazia.
I Lorena. Ci pensano i Lorena a ridare slancio a San Giuliano e alle terme. Vi ricordate Leopoldo I, quello con la fissazione dell’igiene? Basta una commissione di esperti che parla di «virtù curative dell’acqua» e per il granduca tutto il resto passa in secondo piano: accanto al palazzo centrale sorgono negozi d’alimenti, forno, macelleria, botteghe e manifatture; e si tengono mercati e fiere stagionali. Le terme toccano il massimo splendore grazie anche a saloni da ballo e sale da gioco. Addirittura lungo il canale navigabile fra Pisa e Lucca, piccole imbarcazioni trasportano persone e merci a San Giuliano: Anna Maria Pult Quaglia, Daniela Stiaffini, Mirella Scardozzi e Federico Bracaloni nel libro “Le Terme del Granduca” (Ets, 2009) descrivono che «nel 1774 il servizio di trasporto doveva fornire “tre gondole coperte” garantendo “lindura, buon ordine” e pure trasportare gratuitamente i poveri, ma non nelle ore pomeridiane destinate ai nobili passeggeri». Il periodo d’oro inizia nei primi decenni dell’Ottocento con illustri ospiti: nel 1815 Federico III di Lorena appena tornato dall’esilio a cui lo condannò Napoleone; Percy Bysshe Shelley, ricordato nella lapide in piazza Shelley a San Giuliano, che nelle estati del 1820 e 1821 compose il poema Adonais «nella purità del bel paese Toscano».
Declino. Tra il 1843 e il 1845 furono ospitati fra i 2600 e 2700 bagnanti, ma soltanto la metà erano paganti, gli altri erano i “miserabili”, di cui 260 ospiti gratuiti e il resto «titolari di speciali concessioni» (per esempio militari di bassa forza). Nel giugno del 1915 i palazzi delle terme furono utilizzati come ospedale militare e, come altri edifici adiacenti, accolsero soldati e profughi.
Epilogo felice. Bagni di Pisa (il vecchio nome del paese) oggi si chiama San Giuliano e le terme si chiamano “Bagni di Pisa”, rilevate nel 2003 da un privato: la Stb Società Terme e Benessere Spa. Il futuro scalpita.
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