Sicurezza
Quando professori e popolo s’incontravano in Borgo Stretto
La zona è il cuore del commercio e un tempo fu anche teatro della contestazione Oggi i negozianti lamentano la sporcizia dei luoghi e la perdita dell’antico prestigio
PISA. Borgo, che altrove significa villaggio, per i toscani è una strada e la parola entra nella composizione di un indirizzo al posto di “via”. Per i pisani, gente ancora più complicata, i borghi in realtà sono due: Borgo Stretto e Borgo Largo, ma uno è virtuale. La stampa in regalo oggi con “Il Tirreno”, dodicesima della collana “Pisa di notte”, ci dà l’occasione per fare ordine: Borgo Stretto esiste veramente; Borgo Largo si chiamerebbe via Guglielmo Oberdan, ma nessuno si fila il patriota irredentista e così è rimasto quel nome più cittadino. Le foto della raccolta sono state scattate da Fabio Muzzi; e ogni scheda riporta un commento di Marco Barabotti.
Geometria, scienza esatta. Caratteristica di Borgo Stretto è il porticato su entrambi i lati della strada; mentre Borgo Largo ha tratti con un porticato o nessuno: per questo motivo è più spazioso, da cui il nome. Almeno negli aggettivi la toponomastica locale non bisticcia con il vocabolario? No! Per esempio un dettaglio «tra ’l vico dei Mercanti e il Borgo», come recita la lapide commemorativa, fa riconsiderare il significato della dizione “casa natale”. Infatti, la targa sullo spigolo del palazzo recita che lì «Vincenzo Galilei ebbe dimora quando gli nasceva il grande Galileo». E molti turisti ingannati commentano: «Ecco la casa natale» dell’uomo che ha cambiato la scienza. Invece Galileo è venuto alla luce altrove. La vera dimora natale è, secondo gli studi, quella dei nonni: casa Ammannati in via Giusti.
Le botteghe. Borgo per certi aspetti non è mai cambiata: già nel XV secolo era la passeggiata preferita dei pisani. Paolo Gianfaldoni, nel libro “Strade e piazze nella storia di Pisa” (Felici, 1991), la descrive così: «Fra gli antichi colonnati e gli avanzi di costruzioni medievali intorno al Settecento i cittadini sfoggiavano il lusso e la ricchezza di velluti e ricami in oro, argento e pietre preziose, mentre i cicisbei (cavalieri serventi) si riunivano davanti alle numerose botteghe». E tutt’oggi ci sono alcuni degli esercizi commerciali più antichi della città, come la Farmacia Bottari, che proprio nel 2015 festeggia i suoi 300 anni. Fino a qualche tempo fa davanti a ogni bottega c’era un vaso di piante fiorite: tutti uguali, per rendere uniforme ed elegante il passeggio; ma ciascuno acquistato dal commerciante che lo esponeva davanti al suo negozio. Atti vandalici ripetuti costrinsero un pietoso carretto notturno a rimuovere i resti.
O tempora, o mores. Un giro veloce tra gli esercenti fa capire che ancora oggi quella ferita è rimasta aperta. Tutti i titolari denunciano «il degrado e il sudicio» e chiedono maggiore vigilanza. Parole che si sentono spesso anche altrove, ma che qui hanno un suono diverso. In Borgo il professore universitario in pensione entra in bottega e il garzone gli dà del tu, perché la confidenza, la consuetudine e il rispetto vero (mai formale) hanno fatto nascere amicizie. E tutti tengono a quest’aria di famiglia e di nobiltà ereditata.
Sfumature. Massimo Bartalini, con sua moglie, ha rilevato la tabaccheria “Scarlatti 1896” ed espone prodotti esclusivi, in linea con l’attitudine del Borgo. A suo modo è diventato famoso per un motivo diverso: «Tre signore una volta persero un’ora a guardare tre diversi mescolatori di carte da gioco. Il negozio era pieno di clienti e le donne rigiravano tra le mani il modello in plastica, quello in pelle e quello in legno». Le tre andarono via senza acquistare nulla e Bartalini interpretò il sentimento degli avventori: «C’è un quarto modello, il mescolatore di…» e qui scatta la censura. I rappresentanti dei prodotti ancora la raccontano fino a Firenze.
Gli anni della contestazione. Borgo, in conclusione, è teatro di tourbillon con equivoci e/o contrasti. Ne racconta uno Silvana Agueci, bibliotecaria dell’Università di Pisa, che arrivò in città nei primi anni Settanta come studentessa. Quello era il tempo delle lotte studentesche e della sinistra extraparlamentare e «molti cortei passavano in Borgo e terminavano in largo Ciro Menotti, dove si teneva il comizio – ricostruisce la donna –. C’era una squadra notturna che appendeva i manifesti sulle colonne in Borgo ed era seguita dai poliziotti che li staccavano ancora freschi di colla; ma i ragazzi si nascondevano e li riattaccavano. Poi la mattina alle 4 si trovavano tutti al bar della stazione sia poliziotti che studenti».
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