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La Cittadella dimenticata come il brutto anatroccolo

Gianluca Campanella
La Cittadella fotografata da Fabio Muzzi
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La Cittadella fotografata da Fabio Muzzi

È un monumento di grande fascino, eppure non è mai stato valorizzato a dovere. Ora si spera che i lavori per costruirvi il museo civico le restituiscano dignità

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PISA. La Cittadella - la cui foto è in omaggio con "Il Tirreno" del 30 giugno - è come il brutto anatroccolo: è un luogo di storia, fascino e grande suggestione, ma i cittadini la guardano con sufficienza (quando le va bene) oppure la dimenticano proprio. Si trovasse nel deserto, ci costruirebbero un museo e la gente si metterebbe in fila per ammirarla. Ma a Pisa è l’eterna seconda, la riserva di valore che non gioca mai, perché veste i colori di una squadra formata da titolari fortissimi. C’è solo da sperare che il progetto di realizzarvi un museo civico (i lavori sono in corso) le restituisca l’antica dignità.

Raffaele. Un primo indizio a sostegno di questa affermazione è la presenza di lungarno Simonelli, ridente strada asfaltata che taglia in due il sito architettonico, un tempo unitario: dal lato del fiume svetta la Torre Guelfa e dall’altra parte della strada gli Arsenali. La divisione è un po’ all’ingrosso, perché tante e altre sono le ricchezze presenti e diversi i periodi storici in cui si sono sviluppate. Ma quando l’uomo inventò il bitume per pavimentare le strade, la Cittadella era già finita ed era un “luogo d’insieme”. La scusa ufficiale per far accettare la viabilità carrabile nella zona è: la strada passa per una delle brecce aperte sulle mura nel dopoguerra; almeno non dobbiamo rompere altro muro. Che si commenta da sola. La Cittadella è peggio del brutto anatroccolo, cha almeno alla fine diventa cigno. La Cittadella è come “Raffaele”, il protagonista del primo libro di Luciano De Crescenzo (1970): «Pronto, mamma? Sono Raffaele!». E dall’altra parte del telefono: «Raffaele chi?».

Le gallette. È storia recente – e qui siamo al secondo indizio – che durante gli scavi del 2012 (2.970 metri cubi) è emerso un capannone artigianale rinascimentale, capace di ospitare attività produttive completamente differenti tra loro, quali un magazzino di legname e una piccola falegnameria per la riparazione delle imbarcazioni. Un laboratorio per la produzione di gallette, le focacce secche a lunga conservazione che per secoli hanno costituito l’alimento base di militari e marinai costretti in mare per lunghi periodi. E, novità quasi inedita, anche una fabbrica di smeriglio, la pietra scura molto utilizzata in passato per affilare e levigare armi e strumenti di lavoro; e uno spazio per lo stoccaggio di salnitro e polvere da sparo. Bastava che avessero trovato un capello sotto la Torre di Piazza dei Miracoli e gli accademici di tutto il mondo avrebbero sgomitato per studiarlo. Invece qui stanno ancora cercando di piazzare una tesi di laurea…

Lo striscione. A proposito di Torre, correva l’anno 2010 e tutta Italia si ribellava al disegno di legge Gelmini che avrebbe riformato in modo «mortale» l’Università; il 25 novembre ricercatori e simili salirono sui 18 metri della Torre Guelfa alla Cittadella ed esposero uno striscione di protesta contro il ddl (scritto in italiano). Sembrava finalmente il riscatto: un’azione eclatante avrebbe fatto parlare il mondo intero di Pisa, della Gelmini e della Torre Guelfa. Sembrava quasi fatta e invece? Misero uno striscione anche in Piazza dei Miracoli e persino i giornali di New York mostrarono la foto della Torre di Pisa (l’unica, of course), ovviamente solo perché quei birbanti che erano montati per i 55 metri di uno dei monumenti più famosi dell’universo avevano scritto in inglese: «General strike», sciopero generale. E tanti saluti alla torre guelfa (scritto in minuscolo), l’eterna seconda.

Rassegna d’arte. Eroico, date le premesse, risulta il tentativo di Luca Vitone, artista genovese specializzato nelle cause perse, che incentra il suo lavoro proprio sul tema della perdita di identità dei luoghi e delle comunità. Orbene, nel luglio del 2006 ebbe la generosa pensata di montare sulla sommità della Torre Guelfa quattro cannocchiali che non puntavano sul panorama (la Cittadella è uno dei posti migliori per vedere Pisa dall’alto), ma che ingrandivano con le loro lenti quattro foto delle proteste studentesche in città tra il Sessanta e il decennio successivo. Per un’antica Repubblica marinara, farsi riprendere sul proprio passato da un figlio della rivale Genova poteva essere un schiaffo. Eppure di quella mostra non ricorda più nessuno.

Associazioni ambientaliste. L’anno scorso ci ha provato il Fai, Fondo Ambiente Italia, ultima dei numerosi comitati e associazioni che ogni tanto provano a denunciare il degrado e l’abbandono in cui versa il sito: «Uno spettacolo poco piacevole per le quasi duemila persone che hanno visitato la Torre», nelle “Giornate di primavera” organizzate dal Fai. Com’è finita? Il Fai: «Ci sono siringhe, erbacce, murales e resti di accampamenti di senzatetto sotto un monumento». I pisani: «Vergogna! Facciamo qualcosa. Dov’è?». Il Fai: «Alla Torre Guelfa». I pisani: «Raffaele chi?».

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